Il tempo è scaduto, sotto i nostri occhi. Guardiamo da anni, forse da decenni, senza vedere veramente. Negli ultimi mesi con i Fridays for Future, celebrati settimanalmente in tutto il mondo Italia compresa, i giovani chiedono a gran voce di agire per il loro futuro. Oggi lo faranno in centinaia di città. Per chi non si accontentasse della loro denuncia, c’è il rapporto del Global environmental outlook con la sua tragica istantanea del mondo: cifre sinistre prodotte da 250 scienziati di 70 Paesi.

Un quarto delle morti premature e delle malattie a livello mondiale sono causate dall’inquinamento atmosferico generato dall’attività umana; investimenti verdi pari al 2% del Pil dei Paesi produrrebbero una crescita a lungo termine più elevata, ma con un minor impatto da cambiamenti climatici, scarsità d’acqua e perdita di ecosistemi. Oggi in tutte le piazze del mondo l’hashtag #FridaysForFuture sarà virale: lo dobbiamo ai giovani.

Proprio a loro è rivolta la mia Lettera alla Generazione Z (Il gusto per le cose giuste, Mondadori). Nel mondo oggi ci sono più giovani che in qualsiasi altro momento della storia – 1,8 miliardi tra i 10 e i 24 anni – ma 500 milioni di ragazzi fra i 15 e i 24 anni vivono con meno di 2 dollari al giorno, esclusi dai processi decisionali, sempre più esposti all’impatto di crisi economiche, conflitti e cambiamenti climatici. Mentre noi “adulti” lasceremo alle nuove generazioni un pianeta in rosso. Il debito pubblico e quello ecologico sono scommesse fatte giocandosi il futuro di chi non è ancora nato. Ma i debiti prima o poi si pagano, dobbiamo cambiare il sistema. Se non ora, quando? Per questo ai giovani dico: pretendete un patto intergenerazionale.

Nel 1997, le Nazioni Unite adottavano a Parigi la Dichiarazione sulle responsabilità delle generazioni presenti rispetto a quelle future. È priva di valore vincolante ma pone le basi per la costruzione giuridica della responsabilità intergenerazionale. Bisogna realizzarla concretamente e dare garanzie reali per il futuro dei giovani. Rispettare gli accordi internazionali sul clima è solo il primo passo. Dobbiamo anche puntare su ricerca e formazione. L’Ocse ci colloca in coda al G7 per investimenti in ricerca e sviluppo con l’1,3% del Pil. È arrivato il momento di alzarla.