E così anche il festival nazional-popolare della canzone, diventa la sagra politico-paesana dell’integrazione. Povera Italia, e povera canzone. Allora, partiamo dall’inizio. A Sanremo ha vinto Mahmood. Milanese. Se si chiamava Brambilla non avrebbe vinto. Infatti, per quelli che hanno votato la canzone, per la gente, ha vinto Ultimo. Poi sono intervenuti gli esperti, l’intellighenzia, e hanno ribaltato tutto: primo il figlio dell’immigrato. Boato in sala stampa e tra i giurati di onore. I quali, non avendo fatto la Resistenza vera in montagna, quando ci si giocava la vita con i fascisti e con le Ss, la fanno adesso in salotto e in tv. Contro Salvini. Perché oramai, in Italia, tutto è pro o contro Salvini e la sua politica migratoria.

Mahmood non è un migrante, ma suona bene: si chiama Maometto e ha il padre egiziano. Tanto basta per premiarlo dando un segnale al nemico. Le canzoni? Che parlino di amore, lavoro, sesso o migrazione? Un dettaglio. I social sono stati in materia un campionario da paura. Il cattivo Salvini subito partito lancia in resta via tweet («meglio Ultimo»), e nella trincea opposta tutto il fronte dei buoni: politici, preti, intellettuali, guidati dalla ex del Capitano.

Una perfetta riproposizione delle nostre attuali dinamiche politiche e sociali: la maggior parte della gente che vota come gli pare, sia per il Parlamento, sia per il teatro Ariston; e un’altra Italia, ora minoritaria, che ritiene sbagliato, illegittimo, incostituzionale, qualunque voto non coincida con il suo. Anche per una canzonetta. Con risultati paradossali. Come il fatto che il povero Mahmood (bravo e simpatico) abbia dovuto rivendicare la sua italianità per non diventare suo malgrado, com’è accaduto, oggetto di scontro pro o anti migranti. All’insegna della consueta, strumentale confusione tra i Mahmood, figli nostri, e i clandestini, illegali e indesiderati. Non si sa se a Sanremo ha vinto il migliore. Di sicuro ha vinto la politica. Per gli sconfitti del 4 marzo, la prima rivincita.