Dopo aver superato una prova, la partita non si chiude mai. Si spalanca la porta su un altro step da superare, che è più difficile, più impegnativo. La vita è così. Ti pone sempre un esame da affrontare, un ostacolo che una volta si presenta come una montagna da scalare, un’altra come un oceano da attraversare. Ciò che disorienta, oggigiorno, è che questa visione per nulla metaforica della vita è anche la regola di fondo di ogni videogioco. Affrontare una prova dopo un’altra è la legge della nostra esistenza ma, al tempo stesso, è l’insieme di ‘codici’ che compongono un software. C’è talmente tanta similitudine da perdere l’orientamento, la percezione della realtà, la presenza a se stessi. Il reale e il virtuale combaciano al punto tale da amalgamarsi, talvolta anche con esiti nefasti. 

L’inchiesta giudiziaria ci dirà in via definitiva se Salvatore Cipolletti, da Ponsacco, è morto a 24 anni perché protagonista-vittima di un gioco di ruolo nato per essere vissuto con un computer. È andato in Polonia e là si è giocato l’ultima tappa prevista – o casomai imposta – da una finzione diventata realtà, brutalmente. È una finzione che non contempla il timeout, ma soltanto il game over. Web o droga, può capitare che le conseguenze siano le stesse. 

Di sicuro, in questo momento siamo qui a domandarci ancora una volta se il mondo di Internet sia buono o cattivo, sano o tossico, salvezza o condanna, bianco o nero. Ma esiste anche una via di mezzo. Non si può generalizzare, né puntare il dito contro l’evoluzione, la tecnologia, i benefìci che grazie al web abbiamo innegabilmente. Il problema è l’abuso, non l’uso. È l’impiego distorto che se ne fa. È la mancanza di un controllo, di un’educazione all’approccio corretto. Bisogna fare attenzione, vigilare, perché il web non nasce come trappola, ma può diventarlo. Da carta vincente, soprattutto per i più giovani, può svelarsi arma a doppio taglio. Ma non mettiamolo all’indice, non cadiamo in una nostalgica involuzione. Casomai, impariamo dagli errori. E dalle tragedie.