Gli ultimi numeri dell’Istat e dei previsori (a cominciare dalla Bce) consentono di ipotizzare come reale lo sperato e vitale rimbalzo dell’economia per l’autunno. Ma il Pil, nel tornante della storia che stiamo attraversando, non è solo l’indicatore che misura lo stato della nostra capacità di produrre, ma, mai come in questo caso, si configura come l’indice che certifica l’uscita dalla paura e dalla paralisi di un’intera società e di un sistema resiliente nel profondo. Diciamolo come va detto: quel numeretto positivo a due cifre che ci attendiamo per il secondo semestre dell’anno è merito di un sistema di imprese (di imprenditori e di lavoratori) che non si è fatto abbattere neanche dalla pandemia. 

Sono le piccole, medie e grandi imprese del Paese, i cento distretti, le migliaia di multinazionali tascabili, gli operai e gli impiegati, i professionisti e le partite Iva, gli uomini e le donne che nei molteplici ruoli, nei capannoni, negli uffici, dietro uno sportello e nelle case hanno continuato a produrre, garantire servizi, tessere contatti, stringere affari e stipulare contratti, sono loro che stanno permettendo di mettere insieme, pezzo dopo pezzo, quelle percentuali che possono far risorgere l’Italia.

Si comprende, allora, come il Ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, guardi con soddisfazione ai risultati che si stanno generando, ma, forse, varrebbe la pena rammentare anche la lezione di Mario Draghi sul debito buono e su quello cattivo.

Non è certo con i bonus a pioggia e i redditi di cittadinanza che si realizza il rilancio. Non è neppure con i vincoli ideologici e gli astrusi limiti ai contratti di lavoro a termine del decreto Dignità che si favorisce l’occupazione.

Così come non è sicuramente con la Pubblica amministrazione che ci ritroviamo (dall’Inps ai ministeri, dalle regioni ai comuni) che si determina la ripresa del Paese.

Anzi, verrebbe da dire che il rimbalzo si sta determinando nonostante le strutture amministrative che abbiamo, nonostante i grand commis, nonostante quei bonus, quei lacci e lacciuoli burocratici, quei ritardi e quelle inefficienze che quotidianamente siamo costretti a subire. C’è, però, ora e qui, un’occasione di riscatto per la politica e le istituzioni pubbliche: utilizzare il Recovery Fund come leva per sostenere e agevolare lo sforzo immane di imprese, lavoratori e famiglie. Si eviti, dunque, lo spettacolo dell’assalto alla diligenza e della dispersione delle risorse in mille rivoli clientelari. E si punti su poche, essenziali, voci: investimenti, investimenti, investimenti.