Signori in piedi, entra la giustizia. Finalmente. Non una giustizia qualunque, all’italiana. No proprio quella che piace a noi: rapida, inflessibile, efficiente. Quella che ha fatto del signor Alessio Feniello un pregiudicato. Questo è il termine per definire una persona che ha subìto una condanna. E così lo chiameremo tanto per semplificare. Dunque, il pregiudicato l’ha fatta grossa: per deporre un mazzo di fiori, ha violato l’area dell’hotel Rigopiano messa sotto sequestro dopo la tragedia di due anni fa. È vero che lì c’è morto un figlio, ma vi immaginate se anche gli altri familiari delle vittime facessero altrettanto? Diventerebbe una serra. E poi l’ingorgo di auto e persone, visto il via vai di idioti che continuano ad andare ‘in pellegrinaggio’ per farsi un macabro selfie. Tra l’altro, i carabinieri l’avevano avvertito, ma lui, il pregiudicato, non ha sentito ragioni. E qui è scattata la perfetta macchina da guerra della giustizia: denuncia, richiesta del pm, condanna. A pagare non 40 euro come per un divieto di sosta, una ragazzata, ma la bellezza di 4.550 euro.

Esemplare, la prima condanna legata al dramma del 18 gennaio del 2017: 29 vittime tra cui Stefano Feniello, figlio del pregiudicato. Un padre che ha sperato, scavato, lottato. Che non riesce a rassegnarsi alla perdita del suo ragazzo.

Il che non esclude che abbia compiuto un atto illegale. Dunque deve pagare. Lui dice che non lo farà, che preferisce farsi due mesi di galera. Bravo. Ha ragione. E fin da ora gli diciamo che se succederà ogni giorno qualcuno di noi andrà a portargli le arance, un dolce. Un abbraccio. Perché ha sbagliato, certo. Ma forse la sanzione poteva essere più lieve. Qualche attenuante la meritava. Vero pm? Vero giudice? Già un euro era troppo, con gli impuniti che si vedono in giro. Ma 4.550 suona proprio male. La legge non deve guardare in faccia a nessuno. Ma qualche volta capita che la giustizia si debba almeno guardare allo specchio.