Tribunale, toghe
Tribunale, toghe

L’immagine che l’ennesimo caos sul tema giustizia trasmette al Paese è quella di un intero settore dello Stato ormai fuori controllo. Al di là del merito specifico della vicenda che presenta tutti i classici del genere - guerra interna alla magistratura inquirente, corvi che svolazzano, verbali in fuga dai cassetti, veline recapitate a giornalisti reputati amici - la sensazione è che si sia sceso un ulteriore scalino verso il baratro della sfiducia, oltre al quale sarà davvero difficile riacchiappare quel minimo di legame tra il Paese e uno dei suoi organi fondamentali. Con i chiari di luna degli ultimi giorni sorprendono poco i recenti sondaggi secondo i quali la magistratura non è mai stata così in basso nella considerazione comune.

Le prospettive peraltro non sono rosee. Che una riforma vera, una riforma delle regole che governano il comparto giustizia, sia indispensabile l’hanno capito anche i sassi. E anche sulle cose da fare le idee sono abbastanza chiare. Separazione delle carriere, fine del sistema correntizio, riforma delle nomine del Csm, responsabilità civile. In molti casi sono gli stessi settori meno oscurantisti della magistratura a chiedere una svolta.

Il punto però è che la politica cui fino a prova contraria spetta cambiare le regole del gioco non ha la forza di imporre una svolta. I tacchini non amano il Natale, si sa, e così chi si fa carico di qualche tentativo di riforma finisce prima o poi ad avere un guaio. La giustizia è come i tralicci della luce elettrica: chi tocca muore. 
Eppure bisogna uscirne, e un modo andrà trovato. L’unico modo è probabilmente che la politica avverta l’urgenza di un intervento, la smetta di farsi la guerra usando le inchieste come maglio per colpire l’avversario, e con spirito repubblicano, quasi costituente e certamente non punitivo verso nessuno, magistratura in primis, detti nuove norme. Ascoltando tutti, anche i giudici, ma non facendosi dettare le regole da nessuno.