L'arresto di Francesco Amato (Ansa)
L'arresto di Francesco Amato (Ansa)

Partiamo da una convinzione. La sceneggiata di Francesco Amato, ambasciatore in Emilia-Romagna della cosca Grande Aracri e già sfiorato da inchieste come la Drago ed Edilpiovra, non ha impressionato nessuno. Ha fatto temere il peggio, ma Amato resta un signore condannato nel processo Aemilia a 19 anni per associazione mafiosa con corollario di minacce, estorsioni, incendi dolosi. Lo show con gli ostaggi, da vero «tragediatore», per proclamare la sua innocenza rafforza l’idea che la presenza della mafia calabrese al Nord è viva, nonostante inchieste e processi con decine di condanne fra Lombardia, Emilia-«Romagna e Piemonte.

Le capitali della ’ndrangheta da tempo non sono più solo luoghi evocativi come San Luca, Gioia Tauro o Platì, ma anche Reggio Emilia, Mantova, Parma, località satelliti di Milano come Buccinasco e Corsico. Dove c’è lavoro, soprattutto nell’edilizia, dove ci sono banche e terreno fertile per operazioni finanziarie e locali da gestire le ’ndrine strisciano come serpenti nel fitto della giungla.

A Reggio Emilia il processone recente (125 condanne) ha fatto emergere una pericolosa rete di relazioni fra cosche e aziende «pulite» pronte a collaborare e colletti bianchi. Uno scenario criminale che si allunga nella pianura padana verso il Nord e dove il denaro scorre fra estorsioni, usura, operazioni scandite da false fatturazioni, frodi, recupero crediti ma anche investimenti in attività regolari. I clan calabresi, abituati a lavorare nell’ombra, hanno da tempo sorpassato nell’espansione settentrionale i clan siciliani. Il processo emiliano non va considerato un punto di arrivo ma un capitolo ulteriore che chiarisce la geografia ’ndranghetista pronta a cercare copertura (e a volte la trova) nelle comunità calabresi fatte di gente perbene radicate al Nord.

La relazione parlamentare antimafia del 2018 descrive la ’ndrangheta come «movimento profondo e uniforme che interessa la maggioranza delle province settentrionali, con intensità in Lombardia, favorito anche da atteggiamenti di sottovalutazione». Il presunto boss che ha preso in ostaggio le impiegate alle Poste ci ha ricordato con clamore cinematografico che tutto ciò non è un romanzo criminale ma realtà.