Oggi, in Lombardia e nel Veneto, si vota per il referendum. La campagna elettorale è partita in ritardo. E forse non si è parlato a sufficienza di questa consultazione. Solo nelle ultime due settimane i sostenitori del sì e del no hanno scaldato i motori della propaganda. E in questo periodo abbiamo sentito affermazioni costruttive, ma anche tante banalità. Si è cercato di strumentalizzare politicamente questo appuntamento, facendolo apparire come la battaglia di una sola parte politica. Invece i media ci hanno raccontato che moltissimi sindaci e amministratori locali del centrosinistra, e pure i rappresentanti del Movimento 5 Stelle, al pari dei leader del centrodestra, hanno espresso una chiara indicazione per il sì. Il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, si è addirittura detto amareggiato di non poter andare a votare, impegnato a Parigi in una trasferta istituzionale. Questo dato della trasversalità non è tuttavia emerso a sufficienza. Altrimenti avrebbe convinto i cittadini che la partita è di natura territoriale e non partitica.

I continui accostamenti alla Catalogna sono obiettivamente inopportuni. Quella regione della Spagna vuole diventare repubblica indipendente, la Lombardia e il Veneto si muovono in una cornice di piena correttezza costituzionale. E chiedono semplicemente maggiori margini di manovra nella gestione delle loro risorse, nel pieno rispetto dello Stato unitario. In Lombardia, pur non essendoci il quorum, non conta soltanto se vinceranno i sì o i no. È rilevante la percentuale di votanti. Dai promotori non trapela una soglia minima di soddisfazione (ogni punto in più del 34% al governatore Roberto Maroni starebbe bene). Certamente una massiccia affluenza darebbe forza alle richieste autonomiste. Viceversa, un numero modesto di votanti indebolirebbe le ragioni di chi rivendica maggiore autonomia, e a quel punto il referendum potrebbe tradursi in un nulla di fatto. In verità Maroni ha detto che a prescindere dall’affluenza intende aprire, già la prossima settimana, una trattativa con Roma. In caso di vittoria del sì sarà chiara al governo centrale la volontà dei lombardi e dei veneti di riequilibrare la gestione delle risorse fiscali e la ripartizione delle competenze amministrative tra Stato centrale e Regioni. Se, invece, vincessero i no, significherebbe che lombardi e veneti non ritengono prioritario un cambiamento, puntando a conservare il quadro esistente.