Che Nicola Zingaretti lo abbia fatto per farsi incoronare in maniera più ampia e forte dall’assemblea del Pd, come avvisano i dietrologi politicisti, o che lo abbia fatto, come racconta più verosimilmente chi gli sta vicino, perché davvero sull’orlo di una crisi di nervi, stanco e deluso dai compagni di viaggio, ebbene, in entrambi i casi una cosa è certa e da lì bisogna partire. Non si è mai visto un segretario che lascia l’incarico dicendo di vergognarsi del suo partito e dei suoi dirigenti, additandoli come "poltronari". E, se le parole hanno un senso, è tale il livello di disistima e di sprezzante lontananza contenuto in quel j’accuse che appare largamente improbabile un ritorno sui suoi passi.

Che valore hanno, dunque, le richieste corali e diffuse rivolte a Zingaretti perché ci ripensi, provenienti proprio da quei maggiorenti del Pd messi all’indice? Al di là di chi è genuinamente preoccupato per l’impatto della mossa sul governo, la maggioranza dei big del Nazareno è impegnata solo a salvarsi, senza rispondere, dall’anatema del segretario. E lo fa secondo il trito e ipocrita schema della interpretazione più politicista e tatticista possibile del gesto del leader: lo ha fatto per avere più poteri.

Pd, sospetti e veleni

E, d’altra parte, se davvero finisse con il ritiro delle dimissioni, da Orlando a Franceschini, da Guerini agli altri capi-corrente, tutti potrebbero sostenere che la clamorosa uscita di Zingaretti era di fatto solo una finta.

Ma, realisticamente, dopo quello che ha detto, possiamo immaginare un ripensamento del segretario che sbatte la porta in faccia ai suoi e poi la riapre in una sorta di sceneggiata che si conclude a tarallucci e vino? Certo, tutto è possibile, ma la credibilità dell’intero vertice piddino finirebbe nella polvere definitivamente, più di quanto già non vi sia precipitata in questi ultimi mesi.

Non fosse per altro che per un dato che nessun gioco e giochetto di palazzo può eliminare: l’esito drammatico al quale assistiamo in queste ore è l’epilogo di una crisi profonda del Partito democratico che sta innanzitutto nella certificata inconciliabilità delle sue anime originarie, quella comunista, massimalista, fintamente riformista e quella cattolico-democratica, comunque ancorata alla liberal-democrazia.

Una crisi radicale che nell’ultimo anno, come accade nelle stagioni di Basso Impero, ha visto all’opera registi esterni (i D’Alema, i Bersani) e guru interni senza ruoli formali (Bettini), tutti proiettati a sostenere quell’alleanza con i grillini e con Conte che ha ben poco di strategico e che appare invece come l’ennesima scorciatoia del governismo esasperato, malattia senile di un Pd senza più anima.