Nella Bibbia guadagnarsi il pane col sudore della fronte è, delle due maledizioni conseguenti il peccato originale, quella riservata all’uomo. L’altra, della donna, è quella di partorire con molto dolore. Si è sempre cercato di alleviare le due condizioni nella Storia, ma per quanta strada sia stata fatta, permane l’inevitabilità del prezzo da pagare alla natura umana e non più divina dei figli di Adamo ed Eva. Negli ultimi decenni il dibattito sul tema del lavoro si è fatto più incalzante. Da noi si discute ormai dai due governi Prodi dell’opportunità di portare le ore di lavoro a un numero sempre più breve. 

Dal Belgio viene l’ultima proposta di trentaquattro ore. Certo si lavora per vivere e non il contrario, perché il sabato è per l’uomo e non l’uomo per il sabato. Ma per entrare nello spirito più autentico di questo umanesimo forse occorrerà chiedersi se la questione, più che consistere nel numero delle ore, non stia invece nelle modalità e nella qualità che fanno pesare quelle ore in quanto alienanti sull’uomo e sulla donna. Si tratterebbe cioè di rendere il lavoro più umano, meno alienante, più gradevole e attraente, quasi più divertente, riscoprendo l’utopia ottocentesca del socialista Fourier. E come, in tempi più vicini, si era riusciti a farlo diventare alla Fondazione di Adriano Olivetti, elevandolo a occasione di espressione identitaria e non più di stressante alienazione, con uomini come Paolo Volponi e Vittorio Sereni.