Un ponte unisce due diversi mondi, due lontane sponde. Supera gli impedimenti e collega le genti. Un ponte non dovrebbe uccidere. Eppure, in una surreale vigilia di Ferragosto, quel ponte ha seminato morte e terrore. Quando i cori forcaioli cercavano colpevoli senza processo, noi abbiamo chiesto rispetto per i morti e soccorso per i vivi: ci sembrava – e ci sembra – indegno emettere sentenze senza avere titolo e capacità. Il clamore non cancella il dolore. Il dolore sopravvive invece in uno stato di torpore latente e basta poco per farlo emergere di nuovo. Le fasi della ricostruzione del ponte Morandi erano riuscite a distogliermi dall’angoscia per le vittime, dall’apprensione per la mia Liguria, per questa Italia divisa dopo il crollo di quel tassello soprelevato, pietra angolare nella mobilità del Paese. I lavori di demolizione mi hanno risvegliato il disagio alla bocca dello stomaco, hanno fatto riemergere lutti e paure. Chissà quando lo sguardo spazierà, privo del moncone sospeso, quali sensazioni accenderà nell’osservatore? Sarà come togliere una spina dolorosa o cancellare un profilo familiare dalla nostra memoria? Quel ponte, così presente da diventare simbolo, non ha lanciato avvertimenti evidenti prima di tradire chi lo aveva percorso a cuor sereno. Con le loro vite innocenti sono sprofondate anche alcune tra le nostre più decise sicurezze. Mi auguro che non crolli mai la speranza in chi resta: sarebbe l’unico modo per darla vinta all’onta del tradimento assassino. Non so quanto tempo sarà necessario prima che il dolore si trasformi in ricordo: presto – tutti noi ci auguriamo – potremo viaggiare su un nuovo nastro che collegherà le rive del Polcevera, colmando quell’immenso tratto d’infinito nella storia di una città e di una nazione. Percorrere la nuova opera sarà un modo per ricordare ciò che è accaduto e un monito, valido per tutti, a non volare troppo vicini al sole, quando le ali sono fatte di cera.