Dice: un politico pensa alle prossime elezioni, uno statista alla prossima generazione. Magari la differenza fosse ancora quella. Non mancano statisti, mancano politici. Perché ora non guardano più neppure alla prossima elezione, ma al prossimo sondaggio. Presi dall’impellente bisogno di sospirare per un più o meno zero virgola ogni mattina, i tanti leader di maggioranza e opposizione si sfilacciano su temi che non dico uno statista, ma un politico vecchia maniera avrebbe maneggiato con più cura. Il dibattito si avvita su temi tradotti per le pance, a uso e consumo dei sondaggi.

Il Mes, il meccanismo di stabilità europea, è stato usato come un ba bau da Lega e Fratelli d’Italia per cercare quell’effetto panico che solo un barcone carico di migranti era riuscito a creare nei sondaggisti. E che dire di Di Maio? Terrorizzato dai sondaggi, di fronte a Conte che mette nero su bianco le posizioni governative sul Mes, lui, ministro degli Esteri, non riesce neppure ad applaudire il suo premier. Terrorizzato di essere additato dai duri e puri alla Di Battista come un servo dei poteri forti, pianta i piedi sulla prescrizione (senza ragionare se faccia bene alla giustizia non dare dei termini ai processi) e sul taglio dei parlamentari, che non cambia i conti dello Stato. Chiedersi se queste riforme facciano bene alle future generazioni è superfluo.

E i renziani? Angosciati dall’asticella che non sale sopra il 5%, a che anzi scivola al 4,5%, scoprono che se urlano si notano di più. E così non basta ridurre la tassa sulla plastica: bisogna puntare i piedi, minacciare. Nel mezzo il Pd come un pugile che ha fatto troppi round e cerca di incassare tutti gli uppercut dell’avversario-alleato evitando di finire al tappeto nei sondaggi. Il quadro d’insieme è desolante. Dice: un politico combatte per il futuro del suo partito, uno statista per il futuro del Paese. Oggi sembra che ognuno lotti per arrivare a fine giornata.