Forse Dante, Leopardi, Raffaello e Michelangelo non avrebbero votato il Recovery Plan di Draghi. E non per simpatia o antipatia politica, ma perché avrebbero trovato singolare che mentre il Portogallo destina l’8 per cento del piano alla cultura, l’Italia solo il 3,5. Il Portogallo è certo come noi patria di navigatori ma non così eccelsa per l’arte (nonostante i Camoes e i Pessoa). Evidentemente, ancora non è chiaro che la cultura non è una decorazione, ma la spina dorsale del nostro Paese. O meglio l’anima.

L’Italia infatti come sa chiunque abbia un minimo di consapevolezza storica e di conoscenza del mondo, è innanzitutto la sua cultura. A nessuno, se non forse a banche e a finanziarie, interessa chi è al governo in Italia, mentre a tutti interessa la bellezza di Vivaldi e di Raffaello, fino ai maestri contemporanei. E questo non è solo ovvio propellente per il turismo, ma ben di più. È ciò che rende interessante e unico il nostro paese nel mondo, è l’identità profonda.

Ritenere la cultura una faccenda secondaria, una specie di quinta, di sfondo, su cui si svolgono le faccende importanti è un errore. Non so se questo 3,5 per cento è un retaggio del governo di un tizio che definì gli artisti italiani, mentre ne decretava la crisi, coloro "che ci fanno divertire". Ma so che è la grande miopia. Non solo confrontata al Portogallo ma al fatto che se vi può essere una reale coesione del nostro Paese (giovane e imperfetto amministrativamente) passa dalla cultura, dal riconoscimento delle differenze storiche che ci abitano e dell’unità culturale prima che politica. Un futuro originale dell’Italia passa dalla cultura. E da una nuova coscienza di ciò che essa è veramente. C’e molto da fare. Oppure la decantata resilienza si svelerà nel suo significato letterale e vero, non la capacità di adattarsi al cambiamento, ma il subire senza reagire le imposizioni. La cultura invece è fonte di libertà.

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