Roma, 3 settembre 2018 - Zingaretti che lancia la sua candidatura con l’endorsement di Franceschini, andando a trovarlo nella riunione annuale di Area dem, dimostra di avere ottime possibilità di diventare segretario. Ma poche chance di fare quello che promette e di cui il Pd avrebbe bisogno. Franceschini e la sua corrente forniscono, nelle narrazioni dei detrattori e in una certa misura anche nella realtà, la rappresentazione plastica delle dinamiche che hanno reso il Pd un partito di professionisti della politica, tanto impegnati nei giochi di potere interni da non accorgersi di che cosa stava succedendo intorno. Si sa che il leader di Area dem ha dimostrato nel tempo un fiuto straordinario nella scelta dei cavalli vincenti e del posizionamento migliore per ottenere candidature e ruoli nei gruppi parlamentari, posti in segreteria, incarichi di governo, nomine nelle autorità. Che oggi faccia l’elogio delle correnti non risulta strano.

Nel 2007 fu al fianco di Veltroni come vicesegretario avendo intuito prima dei suoi coetanei e antagonisti nella Margherita (Letta, Bindi) chi sarebbe diventato leader. Nel 2009 fu il candidato ferocemente anti-bersaniano di chi aveva creduto nel Pd delle origini. Ma solo un anno dopo strinse un patto di ferro con Bersani e lo sostenne alle primarie del 2012 contro Renzi. Ci guadagnò un bel numero di candidati in Parlamento in posizione sicura alle elezioni dell’anno dopo. Abbastanza da diventare cruciale quando, abbandonato Letta, favorì l’ascesa del fiorentino a Palazzo Chigi, dopo averlo sostenuto nel congresso del dicembre 2013. Dunque: ha sostenuto Veltroni, combattuto Bersani, sostenuto Bersani, combattuto Renzi, sostenuto Renzi, e ora pare pronto a sostenere Zingaretti contro il candidato renziano. La sua non è una traiettoria isolata (e Franceschini è bravissimo, è un politico raffinato, è stato anche un ottimo ministro). Ma pone qualche interrogativo cui Zingaretti dovrà rispondere. Può risultare credibile su queste basi la «rivoluzione», per quanto gentile, che promette? Ma soprattutto, il partito come somma di correnti personali poteva funzionare nella Dc, condannata in perpetuo a governare. Può funzionare ugualmente per un Pd che rischia di scomparire?