Per prima cosa distinguiamo le persone dalle strutture. Al di là dei riconoscimenti doverosi in queste ore, possiamo dire che il personale che opera nella nostra sanità è in generale costituito da gente in gamba professionalmente e umanamente, un mix fondamentale quando si sta male. Altro è il funzionamento. Eccellente, per carità. Soprattutto nelle zone d’Italia, il Nord e gran parte del Centro, dove tutto è più eccellente; con una forbice che si allarga sempre di più rispetto al Sud. Lo sanno bene i governatori delle regioni meridionali che giustamente chiedono di essere difesi da chi arriva dalle zone più contaminate. Però, non tutto è oro quel luccica, o che la politica di cui la sanità è oramai (sciaguratamente) un’emanazione, vuol far luccicare. E non lo scopriamo ora che scarseggiano i letti per la terapia intensiva. Mica si possono dimensionare i reparti per le emergenze: un’autostrada non si fa a dieci corsie perché a ferragosto c’è traffico. Ma il fatto che i posti letto siano stati tagliati di quasi due terzi dal 1980, ci parla non di un lavoro di razionalizzazione, ma del passaggio di una falciatrice. Del resto, non è dal Coronavirus che si denunciano carenze di personale, o di numeri troppo chiusi negli atenei. Non è da oggi che in estate vanno in ferie dei reparti, cosa che prima non accadeva. Non nasce dal Covid se per fare tanti esami devi aspettare mesi. Certo, in altre parti del mondo andrà peggio, ma sta di fatto che anche se la nostra spesa sanitaria è sempre cresciuta, resta sotto il 9% del Pil, mentre la media europea sfiora il 10. Meno ospedali, meno medici, meno infermieri, ma tanti soldi. Che dovevano essere spesi più con la testa che con la tessera. Perché la normalità fosse migliore. E l’emergenza meno angosciosa.