Ecco un vertice che non si sarebbe dovuto tenere. Non per la prevista assenza di accordi, se non il ritorno degli ambasciatori, ma perché quello di ieri non era un vertice. Un vertice è fra Paesi egemoni. Ma gli Usa di Biden non sono più la superpotenza per antomasia. E nemmeno gli Usa di Trump e di Obama. Hanno smesso di esserlo l’11 settembre 2001 quando subirono il più devastante attacco da Pearl Harbor (1941). Tanto meno è una superpotenza la Russia di Putin. Ha smesso di esserlo nel Natale 1991 quando il fallimentare Gorbaciov ammainò la bandiera con la falce e martello dal più alto pennone del Cremlino.

Anche i due interlocutori non sono più i padroni del mondo. Lo erano Reagan e Gorbaciov, quando nel 1985 s’incontrarono sempre a Ginevra. Non Biden, non Putin. E l’agenda dei colloqui lo dimostra. Nel 1985 vennero tagliate migliaia di testate nucleari e il mondo tirò un sospiro di sollievo. Ieri l’americano ha posto in primo piano il clima, la cyberguerra, la repressione dei diritti umani nell’autocratica Russia postcomunista. E invece avrebbe dovuto cercare un terreno comune per far fronte alla minaccia comune: la Cina tuttora comunista, la nuova, vera superpotenza. Infine le basse attese, secondo la prudente formulazione americana. Sono risultate confermate a dispetto dell’atmosfera ‘’costruttiva’’ (Biden e Putin). Nessun faccia a faccia. Nessuna conferenza stampa congiunta. Biden non l’ha voluta. Per rimarcare la contrapposizione o nel timore di un contraddittorio? Certo, parlarsi è meglio che insultarsi.

Non più tardi dello scorso marzo Biden aveva definito Putin un ‘’killer’’, salvo ridefinirlo giorni fa ‘’un valido avversario’’. Ma si è esposto a un doppio rischio. Il primo: avere dato a Putin un palcoscenico a uso interno e internazionale. Il secondo: avere suscitato una percezione pericolosa dopo le gaffes di Londra. Ha parlato molto della mamma, ha detto Putin sorridendo. E se ne dovesse aver tratto la stessa impressione di Kruscev a Vienna, 4 giugno 1961, nel vertice con John Kennedy, e cioè un’impressione di debolezza o di confusione, potrebbe essere tentato da mosse azzardate. Per la storia, due mesi dopo Vienna venne costruito il muro di Berlino e un anno dopo i sovietici installarono i missili a Cuba. Putin sa bene di non essere più il guardiano dell’imperialismo sovietico. Ma non si è mai rassegnato alla perdita dell’Ucraina, dei Paesi baltici, della Polonia. Un attacco potrebbe attivare, come in Afghanistan, l’articolo 5 dello statuto Nato. I Paesi baltici e la Polonia ne sono membri. La storia si ripeterà? Morire di nuovo per Danzica?

(cesaredecarlo@cs.com)