Da ieri, 14 agosto 2020, il Movimento 5 Stelle è diventato un partito a tutti gli effetti. I suoi eletti potranno candidarsi al terzo mandato (anche alle prossime legislative: è scontato) diventando politici di professione. E potranno fare alleanze a tutto campo. Faranno politica, cioè, senza vincoli e senza schemi e catene ideologiche e dogmatiche precostituite. Per trovare l’embrione della svolta occorre risalire al 29 luglio scorso. Quel giorno saltò in parte l’accordo di maggioranza per il rinnovo delle presidenze delle commissioni parlamentari, la Lega ne salvò un paio, il Movimento fu penalizzato. I gruppi parlamentari entrarono nel caos, Alessandro Di Battista cominciò a sparare sul Palazzo d’Inverno.

Il rischio di disgregazione era forte. Fu allora che Luigi Di Maio decise di riprendersi il partito. Vito Crimi, che lo aveva sostituito a fine gennaio come capo politico, era vistosamente debole. Ma anche al governo la situazione era diventata insostenibile. Alfonso Bonafede, capo delegazione del Movimento, era indebolito dalle polemiche sulla giustizia. Di Maio si manteneva in seconda fila, ma questo disimpegno aveva rafforzato Giuseppe Conte. C’è una immagine emblematica: alla riunione decisiva sulle sorti di Autostrade per l’Italia parteciparono il presidente del Consiglio, il ministro dell’Economia Gualtieri e quello delle Infrastrutture De Micheli. E il M5S? Era rappresentato da Conte. Di Maio – che vorrebbe Conte prima possibile fuori da palazzo Chigi – non poteva accettare a lungo questa situazione. Formalmente le cose resteranno per ora come sono, con Crimi e Bonafede nei loro ruoli. Ma per riprendersi il Movimento Di Maio ha utilizzato il voto su Rousseau, che a nostro giudizio non amava da tempo, ma che nella sua sacralità gli è servito per mettere una pietra tombale sulle aspirazioni talebane di Di Battista e per fare politica a tutto campo. Questo significa riprendersi il ruolo di interlocutore primario di palazzo Chigi, del Pd e anche dell’opposizione.

Il via libera ad alleanze riguarda soprattutto le comunali, dove la carica ideologica è modesta. Per le regionali, l’alleanza col Pd nelle Marche è possibile, ma non scontata. Quella nelle altre regioni in cui si vota tra mese non ci sarà, nemmeno in Puglia. E un domani, semmai si parlasse di Grande Coalizione, anche di Maio vuole essere l’interlocutore di Berlusconi…

Staremo a vedere. Ma da ieri la storia politica italiana di questi anni è cambiata profondamente.