Una morte ‘pubblica’ vale quanto una morte ‘privata’. Ma ogni vicenda resa pubblica può esser occasione di riflessione o di chiacchiere vane, banalizzazioni. Nadia Toffa sapeva bene che avrebbe corso questo rischio. E aver condiviso questa sua via crucis ha mosso molte riflessioni profonde e molte banalità. Soprattutto quando si azzardò a dire che una malattia non è solo una «sfortuna» ma può essere anche un’occasione: la attaccarono dicendole di tutto. Ma lei, pur senza la precisione di linguaggio che avrebbe un filosofo o un poeta, fece vedere una verità, buia e splendente: la vita, anche quella di chi ha successo e fama, attraversa delle condizioni. E la condizione non è solo un limite o una sventura, è appunto la condizione in cui essere noi stessi. E lei lo ha fatto. Questo mi interroga e commuove e di fatto appaia la sua storia a quella ignota di tanti sconosciuti che non hanno maledetto la vita poiché colpiti da condizioni reputate «ingiuste». Noi non siamo i creatori della vita e del suo mistero.

Una morte, specie se sentita ingiusta, rivela che atteggiamento si ha, profondamente, di fronte alla vita: siamo in un flipper agitato dal caso sperando di non andare in buca, o siamo in un posto misterioso dove si deve camminare con le palme rivolte verso l’alto, come uomini hanno fatto ovunque per millenni, riconoscendo un Destino a cui rivolgersi e affidarsi, più grande di noi? Una volta chiesi a un amico: che senso ha il dolore? Mi rispose: non c’è risposta a questa domanda. Noi cristiani, disse, abbiamo la croce da guardare, un Dio che muore perché la morte non sia l’ultima parola. E la resurrezione. Di fronte a una morte del divo o si guarda l’evento di cronaca storica della morte di Dio o si abbassano gli occhi farfugliando convenevoli o banalità che forse nemmeno rispettano quella morte e le altre, le ignote. I molti che dicono «ciao Nadia» o «Addio» forse non sanno di dire così bene. A Dio, dev’essere la consegna di questa vita bella e segnata. O alle chiacchiere. All’eterno o solo alla fama, sua povera imitazione. Per questo io aggiungo: Grazie, Nadia.