Uno dice: porto mio figlio in ospedale così lo curano. Errore. Entra per un’otite ed esce con il morbillo. Che è molto peggio. Soprattutto se ha pochi mesi e il suo organismo non ha ancora lo scudo della vaccinazione. Mica succede sempre. Ma quando capita, beh, non la prendi bene. Soprattutto se questo risultato non è casuale, ma il frutto di un atto volontario, irresponsabile, sommato a un errore. Miscela che rischia di essere letale. Allora, diciamo che l’ospedale può sbagliare, e in ogni caso non lo fa apposta. In un reparto di malattie infettive non si deve essere infettati. Sembra ovvio. Ma ci sono altri protagonisti della vicenda che apposta lo hanno fatto: i genitori di una bambina non vaccinata, perché mamma e papà hanno deciso che non serve, e anzi è pure dannoso come hanno letto nel principale manuale di medicina: Internet. Siccome il virus non prende ordini dalla Rete, la piccola prende il morbillo e contagia altri bimbi e qualche adulto che passava di lì. Per curare o per curarsi. E questo non deve succedere. Fino ad ora il braccio di ferro ‘vax-no-vax’ si è concentrato in particolare sulla scuola dell’infanzia: giusto. Le corsie degli ospedali, però, non debbono essere oggetto di un’attenzione e di un rigore di serie B. Quel rigore che zoppica nei partiti di governo per un malinteso senso della libertà individuale. Più che lecito se uno vive su un’isola deserta. Se sta in una comunità, invece, la salute degli altri ha altrettanto valore. Anzi, forse ancora di più. Allora, cerchiamo di essere sintetici. Vaccinazioni essenziali come quella contro il morbillo devono essere obbligatorie. Stop. Per i più piccoli, ma anche per chi opera a contatto del pubblico, soprattutto in una struttura sanitaria dove oggi sono un optional. Troppo poco. E se a uno non va, può sempre stare a casa o cambiare mestiere. Bari è l’eccezione. Certo. Ma può servire per stabilire la regola: vietato ammalarsi. Ma soprattutto far ammalare.