Oui, ha ragione Catherine Deneuve a rivendicare il diritto di «difendere la libertà di importunare». È stato il primo vero atto di femminismo, dall’inizio del caso Weinstein. Quel punto zero, che ha diviso il mondo maschile in due, banalmente: gli uomini, e i maiali. Per qualche mese ci siamo dimenticati di tutti gli altri, ché il genere ‘omo’, senza h, è un bestiario anche divertente: ci sono i piacioni, i provoloni, c’è il cascamorto, c’è il lumacone, c’è il malandrino. C’è il bastardo, certo. Una volta c’erano pure i Vitelloni (ma paiono estinti). Poi è arrivato Weinstein, con le giuste e meritate denunce. E poi tutti gli altri. Mentre le donne hanno alzato il velo sulla scia di molestie nel mondo dello spettacolo (non ce lo immaginavamo, poi?), la nebbia è calata su di noi che, fino all’altro ieri, sapevamo ridere di Jerry Calà. Riprendiamoci la nostra intelligenza, urla in fondo la Deneuve, contestando la «campagna di delazioni» apparsa dopo lo scandalo Weinstein. E ha ragione. Sappiamo tutte riconoscere il confine tra stupro e corteggiamento maldestro. Già è stata riscritta la Carmen. Non finiremo mica per dover cambiare anche le favole da raccontare alle nostre bambine, sostituendo il principe azzurro con l’uomo nero. Toccare un ginocchio magari può essere solo un modo goffo per provarci. Va bene, poteva mandare dei fiori. Ma comunque, c’è sempre la vecchia strada: un bel manrovescio. Magari dato con classe. Quella che non ha avuto lui.