E poi arriva, quel giorno lì. Il giorno in cui ti senti dire che qualcosa non funziona, che dalle analisi è sbucato un numeretto inatteso e insomma forse devi adattarti all’idea che niente sarà più come prima. Almeno per un po’. 

Arriva, quel giorno lì. Se non capita proprio a te, riguarda uno di famiglia, un amico carissimo, un collega di lavoro che prende il caffè con te ogni mattina. E allora ti salta addosso l’emozione fredda per quella cosa che in fondo sai da sempre, anche se l’hai rimossa: siamo in prestito, siamo in transito, siamo forse prigionieri di una eterna illusione.

Ecco, io credo ci fosse questo, ieri, negli occhi lucidi di Sinisa. Lo chiamo per nome non in una logica da coro da stadio, ma per l’empatia che suscita chiunque tra noi abbia il coraggio di mostrarsi idealmente nudo nella fragilità della malattia.

Siamo tutti ammassati, siamo tutti distanti, in questa società post moderna che ci inganna con la finzione della connessione permanente. Siamo collegati, ci supponiamo informati, distribuiamo ""mi piace" a destra e a manca. Invece siamo soli, in una dispersione sentimentale che non di rado è l’anticamera della disperazione.

Ebbene, da ieri Sinisa è mio fratello, nostro fratello, carne della nostra carne. Per il coraggio che ha usato in pubblico per spendere la parola crudele: leucemia. Per l’orgoglio che ha espresso rifiutando la rassegnazione. Per la nobiltà con cui ha messo al servizio del pubblico la testimonianza del valore della prevenzione. Oh, Sinisa! Noi non ci conosciamo, a parte sporadiche comparsate televisive. Ma se questa certo era la partita che mai avresti voluto giocare, beh, mi raccomando. Vincila. Per te. Per noi. Per tutti.