Facciamo finta di non averli sentiti, o letti. Leoluca Orlando, il redivivo, che parla di genocidio, e di una nuova Norimberga per i colpevoli. Cioè per Salvini. E Luigi Di Maio che punta il dito sull’Eliseo per stabilire che "Macron sfrutta l’Africa, poi ci fa la morale". Che sarà pure vero, almeno in parte, ma non esclude l’esistenza del problema che stiamo vivendo. Il solito, purtroppo, con altri gommoni mandati allo sbaraglio dai mercanti di morte, in una nuova ondata ‘fuori stagione’, con un’aria niente affatto casuale. Risultato: tanta gente è morta o sta rischiando di morire nelle acque di una Libia che ha fatto di tutto per non vedere e non sentire ciò che sta accadendo. E fino a un certo punto lo ha pure favorito. Forse. Allora, intanto ribadiamo che l’ultimo anello della catena siamo noi, ma di sicuro il primo sono loro: i mercanti di uomini con ville e Suv in Sicilia, e i furbetti di Tripoli che regolano a piacimento non solo i rubinetti del petrolio, ma anche quello delle moltitudini che premono dall’Africa. Di fronte a questi drammi che continuano a ripetersi nel Mediterraneo, proviamo a ristabilire qualche punto fermo. Primo. Non è l’Italia l’unico dirimpettaio di un continente in fuga. Oggi le nostre porte sono spesso chiuse. Quelle degli altri (Francia, Spagna…) lo sono ancora di più. Ognuna delle persone annegate nel Mediterraneo, insomma, sta su tante coscienze, e sotto tante bandiere ammantate di storia e nobiltà. Secondo. Nella routine l’Europa non è mai stata in grado di dare una risposta unitaria a queste tragedie, figuriamoci ora che è in campagna elettorale. Non aspettiamoci niente da nessuno, se non critiche e anatemi dalle anime belle. Poi, c’è l’anima nostra, quasi sempre più bella delle altre. E pure brava. Non a caso la fermezza di Salvini mixata al ruolo dialogante di Conte sta tamponando quest’ultima falla aperta dai mercanti di uomini e dalla iniziale ‘distrazione’ di Tripoli. Che ha le nostre imbarcazioni con gli uomini formati da noi. E dunque non può voltarsi dall’altra parte.