Matteo Renzi in Parlamento (LaPresse)
Matteo Renzi in Parlamento (LaPresse)

A conoscerlo, lo conoscevano tutti i partner, dentro e fuori il Pd e nessuno si è mai fidato più di tanto di lui. Eppure, il governo lo hanno fatto nascere ugualmente con il suo appoggio determinante. Ma, allora, perché sorprendersi oggi e fare gli indignati quando si ritrovano a dover fronteggiare le imboscate e le scorrerie di Matteo Renzi, il guerrigliero della politica italiana?

È fin troppo evidente il suo gioco: porsi come l’argine alle derive fiscaliste, giustizialiste e stataliste di una maggioranza giallo-rossa sempre più percepita come «tassa & spendi». E, per questa via, conquistarsi una rendita di posizione da spendere per rafforzare il suo nuovo partito, fino al voto. La contestazione della plastic tax o della stangata sulle auto aziendali, come anche l’attacco a Quota 100, sono fondate. Ma sono anche pretesti e strumenti della sua guerriglia. Come lo saranno di qui a qualche settimana le critiche sulla prescrizione o su uno dei mille dossier di politica industriale aperti.

La messa in mora del premier Giuseppe Conte è, in questo contesto, una provocazione in piena regola per far saltare i nervi ed era ampiamente prevedibile. La strategia di Renzi sub-comandante Marcos, però, ha un limite o un vincolo al momento insuperabile: non può far saltare tutto e andare al voto, perché con l’attuale legge elettorale finirebbe per scomparire. Ma questo vale, con altra posta in gioco, anche per i suoi alleati-avversari e annulla il loro potere di reazione e di minaccia nei suoi confronti. Il risultato è che, almeno per ora, l’ex leader del Pd e oggi di Italia Viva sa bene che potrà continuare ad avere le mani libere. E i suoi precari compagni di viaggio non potranno fare altro che indignarsi. Una possibile sconfitta in Emilia-Romagna, però, potrebbe far saltare ogni schema. E anche le volpi potrebbero finire in pellicceria.