Mario Draghi con Biden al G7 in Cornovaglia (ANSA)
Mario Draghi con Biden al G7 in Cornovaglia (ANSA)

Il G7 in Cornovaglia, il faccia a faccia Biden-Putin e la fine dell’unilateralismo Usa ("America is back", invece dell’"America first") hanno segnato una svolta importante nella politica estera di mezzo mondo. Biden è riuscito a compattare l’Occidente contro il "nuovo nemico" cinese e a riallacciare con Mosca relazioni sfilacciatesi nell’ultimo periodo, nel tentativo di impedire la saldatura di un blocco orientale russo-cinese.

Una svolta che impatta evidentemente nel fronte interno italiano, anche alla luce dell’eccessivo ondeggiamento in politica estera di tutti i partiti, che spesso sottovalutano l’importanza dei riferimenti internazionali e dei loro risvolti. Un colpo al cerchio e uno alla botte è il loro atteggiamento più comune, in un campo dove le ambiguità non sono invece gradite. La Lega è troppo amica di Putin, la sinistra anche quella moderata è atlantista ma insomma i cinesi in fondo in fondo, Fratelli d’Italia non si è ancora capito che cosa pensano davvero dell’Europa e comunque quei rapporti con il filoputiano Orban e Trump l’unilateralista, i grillini paiono una succursale italiana del Dragone. Un quadro frastagliato, dal quale ovviamente si staglia la figura di Mario Draghi. Non stupisce quindi per niente che l’ex presidente Bce (non si governa per sette anni la Bce a caso) si sia ritagliato un ruolo di primo piano al G7, finendo per apparire come l’unico in grado di raccogliere il testimone di Angela Merkel. Il tutto in virtù di una forza e un prestigio proprio più che per i meriti del paese che rappresenta.

Ecco, in questo quadro "italiano" così scivoloso, con la guida-Germania che evapora e l’Italia ancora una volta seduta sopra una pericolosa faglia dalla quale passa la stabilità del mondo (un tempo l’est-ovest, adesso il nord-sud), il consesso internazionale che conta si sta forse rendendo conto di quanto farà fatica a privarsi dalla polizza  Mario Draghi. Una considerazione che rafforza il presidente del consiglio italiano, certo. Ma in vista di che cosa? Draghi è un eccezionale valore aggiunto, sappiamo però che la sua permanenza a palazzo Chigi è a tempo. Al massimo sarà lì fino al 2023. E dopo? Non sarà forse il caso - penserà qualcuno - di trasferire questo elemento di stabilità altrove, ossia al Quirinale? E’ chiaro che il presidente della repubblica lo scelgono i parlamentari nel segreto dell’urna, ma è evidente che il quadro internazionale conta. E quel quadro internazionale, se dovesse scegliere, preferirebbe Draghi a palazzo Chigi fino al 2023 o al Quirinale fino al 2029?