Nel 1946 i padri costituenti decisero che l’Italia dovesse avere governi deboli. Il presidente del Consiglio deve concordare i ministri col capo dello Stato e non può sostituire liberamente né un ministro e nemmeno un sottosegretario. L’assenza di un sistema maggioritario rende indispensabili le coalizioni e il premier ne è stato sempre ostaggio, fino a quando queste decidono di sopprimerlo. I soli ad aver governato per una intera legislatura sono stati De Gasperi e Berlusconi, azzoppato quest’ultimo nel suo secondo mandato dalle ambizioni di Fini. Prodi è stato pugnalato due volte e così via. Mario Draghi è il primo presidente del Consiglio della nostra storia che governa (bene) a prescindere.

A prescindere da una coalizione tanto vasta quanto eterogenea, in cui – com’è fisiologico – convenienze politiche e ideali portano i partiti a divergere su quasi tutto. È il primo premier a poter fare indisturbato cose di buonsenso che i contrasti di coalizione hanno impedito a tutti gli altri. Draghi è figlio del signor Covid e del Piano di rilancio: un accoppiamento inedito e contro natura che richiede una coalizione inedita e contro natura. Nella mitologia greca dai matrimoni di questo genere nascevano i semidei (Achille, Ercole, Enea…) e come tale mediaticamente è stato dipinto Draghi che in effetti ha poteri non comuni: se seda una rissa tra Letta e Salvini, ne emerge senza che la sua grisaglia ne esca minimamente intaccata. L’ultimo miracolo è stata l’approvazione unanime di un decreto che costringe 23 milioni di italiani a procurarsi un frammento di colore verde se vogliono lavorare.

Ci sono alcuni dettagli incomprensibili: perché un dipendente privato viene sospeso dopo un giorno di assenza contro i cinque concessi al suo collega pubblico e i quindici ai magistrati? E per fortuna anche deputati e senatori sono costretti al Green pass perché l’eccezione sarebbe stata inaccettabile. Ma l’olio di ricino del decreto è salutare e va bevuto senza pentimenti. Il sacrificio più grosso l’ha fatto la Lega che dall’ingresso nel governo Draghi in sette mesi ha perso cinque punti percentuali nei sondaggi venendo sorpassata da Fratelli d’Italia. Ma se si guarda la luna invece del dito che la indica, si converrà che il sacrificio era necessario. Salvini è sotto accusa e chi spera che scompaia favoleggia di una possibile scissione tra la Lega di governo (Giorgetti e i governatori) e la Lega di lotta da lui guidata. È una favola, appunto. La Lega è una e comanda Salvini. Lui grida fuori del Palazzo perché sa che i suoi dentro il Palazzo seguono Draghi e ottengono più di qualcosa. Ma poiché i sondaggi ci dicono che la maggioranza degli elettori leghisti è favorevole alle decisioni del governo, forse qualche garbata correzione di rotta da parte del Capitano sarebbe indolore.