Il ministro dell'Economia Giovanni Tria (Ansa)
Il ministro dell'Economia Giovanni Tria (Ansa)

Ve lo immaginate se ogni atto politico fosse fatto nell’esclusivo interesse della nazione? Di sicuro non saremmo qui a rammaricarci per le mille opportunità mancate, e a ragionare sulle iniziative, poche, che si riusciranno a concludere con quello che (non) abbiamo in cassa. Interesse esclusivo. Tanta roba. Eppure così dice la formula con cui giurano i nostri ministri e che il professor Tria ha ricordato ieri a se stesso e in particolare ai colleghi di governo. I quali sono certamente uomini di onore, e dunque non hanno un dubbio al mondo: ogni loro proposta sta proprio in questo solco e non in un interesse di parte, partitico, elettorale. Tutto per la nazione, dunque. Talmente impegnativo che il giuramento dei presidenti americani si conclude invocando l’aiuto di Dio. Noi che abbiamo il Papa in casa, in questo senso dovremmo sentirci abbastanza tranquilli. In teoria.

Per stare a cose molto più profane, è chiaro che in queste ore si gioca sulla manovra finanziaria il difficile esercizio di dare seguito a un progetto premiato dalle urne, con le risorse disponibili e i vincoli imposti dagli accordi europei, e dai mercati. Che non sono lontani e ostili stati d’animo, ma signori in carne e ossa di varie latitudini e religioni accomunati dal giuramento di far rendere al meglio, e nel modo più sicuro il proprio denaro.

Detto questo, non è impossibile prevedere che alla fine l’interesse della nazione e quello della coalizione troveranno una quadratura, senza che nessuno venga meno al proprio impegno solenne. Nell’attesa e nella speranza che questo accada, non è superfluo però sottolineare l’importanza del monito di Tria. Un richiamo insolito, che risuona di rado nei discorsi di chi ci amministra. L’appello alla sacralità di una parola data: l’impegno che persino gli dei greci prendevano, sapendo che in caso di violazione sarebbero stati cacciati dall’Olimpo. Da noi, a memoria, non si ricordano sanzioni del genere in caso di tradimento: l’Olimpo dei palazzi romani sarebbe semi deserto. Eppure oggi, in un mondo che spesso confonde i valori con la retorica, si sente il bisogno di questo richiamo.

Tria ai colleghi ministri, come la Bongiorno che quasi in contemporanea ha sottolineato il valore del giuramento dei dipendenti pubblici. Una saldatura forse non casuale tra chi deve far quadrare i conti, e chi si occupa di gestire poi al meglio le risorse umane nel confronto quotidiano con i cittadini. Perché, com’è noto, non c‘è governo o riforma che possa funzionare se poi la macchina burocratica gira a vuoto, o al contrario, sia ai livelli massimi, sia allo sportello di un comune di montagna. Certo la cattiva burocrazia nasce dalla cattiva politica. Ma alla fine la seconda può fare persino più danni della prima. O dare più vantaggi come nei Paesi virtuosi, Francia, Germania, Inghilterra.

Allora, è chiaro che non ci aspettiamo che questi giuramenti siano rispettati al 100 per cento nell’interesse nostro, della nazione. Ci basta che in un ministero o in un ufficio tecnico, qualcuno se ne ricordi. E lo metta in pratica.