Giancarlo Giorgetti ha tirato fuori il rospo. Ha preso atto che il Movimento 5 Stelle ha vinto nel Sud perché ha promesso il reddito di cittadinanza e ha detto che un provvedimento finalizzato ad aumentare i posti di lavoro rischia di alimentare il lavoro nero. "Quella è l’Italia che non ci piace, ma con cui dobbiamo confrontarci… Quando non sarà più possibile realizzare il contratto di governo, la parola deve tornare al popolo". Non sembra il viatico per un mandato di legislatura. Giorgetti è il ‘saggio’ del gabinetto Conte, quello delegato con il presidente del Consiglio a ricucire gli strappi. Una Penelope al contrario. Ma è anche quello che non ha mai nascosto le difficoltà di una convivenza necessaria, eppure innaturale. Le parole di ieri sull’“Italia che non ci piace”, i timori sul lavoro nero prodotto dal provvedimento nato per scongiurarlo, il richiamo al voto se le incomprensioni nell’alleanza si facessero insopportabili dicono che il re è nudo.

D'altra parte Salvini non esita a rendere visibile la leadership riconosciutagli dai sondaggi. L’incontro al Viminale con i rappresentanti delle dodici organizzazioni imprenditoriali che avevano protestato a Torino, in cui sedeva accanto a Giorgetti, non era quello del capo della Lega e del suo numero due, ma una udienza accordata dal vice presidente del Consiglio assistito dal sottosegretario alla Presidenza. Il tavolo riservato da settant’anni ai problemi della sicurezza nazionale si è vestito per la prima volta da Sala Verde di palazzo Chigi, costringendo Di Maio a ricordare che in fondo il ministro del Lavoro e dello Sviluppo è lui. I colloqui con i ministri, i capigruppo e i presidenti di commissione delle due parti confermano che al di là delle continue rassicurazioni sul ‘governo dei cinque anni’, la guerra sotterranea si combatte in trincea metro per metro. Nei dibattiti televisivi prendiamo atto che i leghisti parlano malvolentieri di reddito di cittadinanza e che i grillini si imbarazzano alle domande su sicurezza e legittima difesa, dando ormai atto che sulle grandi opere le risposte rivelano opinioni opposte.

È naturale in queste condizioni che con i cani da guardia di Bruxelles che mordono il fondo dei pantaloni agli italiani, Salvini e Di Maio cerchino ciascuno di salvare la propria parte e soprattutto chiedono che lo strappo sul lato sinistro non sia maggiore di quello sul lato destro. Alla fine entrambi porteranno a casa un risultato che forse avrebbero potuto ottenere a fine settembre, e che in ogni caso è stato favorito dal fatto che Macron ha comunicato in televisione un maggior deficit di una dozzina di miliardi (sfondando alla grande il vincolo del 3 per cento) senza fare una telefonata a nessuno. Al Movimento 5 Stelle va il merito di aver tenuto nelle urne i gilet gialli italiani prima che si scatenassero in piazza. Adesso occorre non deludere troppo i cittadini, sia quelli favorevoli al reddito di cittadinanza (ormai solo il 20 per cento), sia quelli contrari (65/70). I timori di Giorgetti sulla tenuta di un equilibrio molto instabile non sono infondati.