Prigionieri della propaganda e dell’eterna campagna elettorale italiana, Matteo Salvini e Luigi Di Maio insistono nello sventolare bandiere che Giuseppe Conte e Giovanni Tria hanno già ammainato. E il paradosso del corto circuito tra tecnici e politici del governo giallo-verde è che i tecnici si stanno rivelando più politici dei politici di professione. 

Nella trattativa con Bruxelles il premier e il ministro dell’Economia stanno mostrando una duttilità e un approccio di progressivo realismo che sembrano mancare ai due giovani leader di Lega e 5 Stelle. 

Presi e compresi nel ruolo di "abolitori della povertà" e di "distruttori della riforma Fornero", Salvini e Di Maio devono essersi persi qualche puntata di quello che sherpa e addetti ai lavori stanno congegnando per ridurre l’impatto sui conti pubblici delle misure-chiave della narrazione grillina e leghista. E così, prima ancora di vedere la luce, il capitolo previdenza della manovra si è andato ampiamente asciugando, fino a diventare, nella possibile e prevedibile versione finale, un ampliamento, attraverso una quota 100 sterilizzata, di quella flessibilità in uscita che aveva preso forma negli anni dei governi del Pd con l’Ape social, quello volontario, il canale agevolato per i precoci, l’opzione donna. 

Allo stesso modo, la flat tax di marca lumbard si è rivelata poco più che un allargamento dello sgravio fiscale forfettizzato per le partite Iva: e anche in questo caso il precedente è di stampo piddino. 

Più complessa è la partita aperta per il reddito di cittadinanza. Da un lato, Di Maio non può accettare che l’intervento si configuri come un rafforzamento dei Reddito di inclusione introdotto da Giuliano Poletti e che, a ben vedere, ha addirittura la sua origine nella social card inventata da Giulio Tremonti e Maurizio Sacconi durante la fase acuta della grande crisi. Dall’altro, però, dovrà per forza di cose ridursi a più miti consigli sia nella determinazione dell’importo del sussidio sia nella definizione della platea dei destinatari. Che è come dire che dovrà acconciarsi a una misura che non sarà altro che un’estensione del Rei. 

Compito di Conte e Tria, a quel punto, sarà quello di non far capire al leader grillino la soluzione escogitata. Un po’ come fanno i politici di lungo corso.