Tanto tuonò che non piovve. Per ora. A furia di minimizzare l’impatto di Bruxelles sulla legge di bilancio, il governo è arrivato nel peggiore dei modi all’incontro decisivo con la Commissione europea, ieri, per trovare una mediazione che eviti la minacciata procedura d’infrazione. Tuttavia la pressione esercitata dal presidente della Repubblica – culminata nel pranzo al Quirinale che ha preceduto la partenza di Conte per Bruxelles e che si è svolto non senza maldipancia, come dimostra l’ennesima assenza di Salvini al cospetto di Mattarella – e i messaggi suadenti, diretti e indiretti, del presidente della Bce, Mario Draghi, hanno creato le condizioni perché si tentasse un accordo in extremis, concedendo alla Ue di ridurre dal 2,4% al 2,04% del pil il deficit previsto per il 2019. Juncker ha accolto il ridimensionamento della manovra come un positivo segno di buona volontà. Ma non si è lasciato andare più di tanto. La riunione di ieri va dunque considerata interlocutoria. Positiva perché ha evitato la rottura, ma bisognosa di ulteriori fasi di negoziazione – a questo punto a oltranza, considerati i tempi strettissimi – su cui peseranno due cose: l’atteggiamento tenuto fin qui dal governo italiano, e gli interessi politici degli altri paesi. 

L’arroganza di chi prima ha sbandierato ai quattro venti – persino dal balcone di palazzo Chigi – che l’Italia non sarebbe mai stata prona ai voleri di quegli affamatori di Bruxelles, e poi ha mostrato sufficienza nel pensare che sarebbe bastato qualche ritocco alla manovra per ammansire gli eurocrati, con Salvini e Di Maio ad avvicendarsi nel ruolo di pompiere e di incendiario, ha consumato la già minima credibilità dell’Italia. Inducendo i governi europei – tutti, nessuno escluso, a cominciare da quelli più sovranisti – a mettere il veto su qualunque compromesso che potesse far immaginare una qualche indulgenza verso Roma. Così l’asticella della possibile intesa è stata via via spostata, fino a quando ieri si è convenuto che il deficit sarebbe sceso al 2%, seppure con un pudico 0,04 in più a rendere meno evidente la calata delle braghe. Che non è l’1,8% chiesto dalla Commissione, ma gli si avvicina.
Tuttavia, la partita non è sui numeri, ma politica, e il gioco di Bruxelles è quello della delegittimazione del primo, e finora unico, governo europeo dichiaratamente populista. Per questo non è detto che Juncker e Moscovici, spalleggiati da tutte le cancellerie, non tentino comunque di mettere il duo Salvini-Di Maio in fuorigioco, alzando ulteriormente la posta. Contando sul fatto che la recessione alle porte dell’Italia faccia il resto. 

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