Non è bella, come, forse, non è nessuna manovra. Ma questa è anche senz’anima. Insomma, la prima legge di Bilancio del governo giallo-rosso può ben essere derubricata a un atto di grigia, ordinaria e arida amministrazione. Perché, per quanto doveroso e necessitato, lo stop all’aumento dell’Iva, per di più solo per un anno, non può certo essere assunto a cifra qualitativa di una politica economica degna di questo nome e delle ambizioni dichiarate di questo esecutivo.
La parte tributaria del pacchetto è una pesca a strascico, ordinariamente vietata ai normali pescatori, per tentare di far rimanere imbrigliati nelle ristrette maglie del fisco quanti più pesci è possibile: e poco importa che si tratti di pesci piccoli o grandi, va bene tutto, purché si faccia cassa. Una vera iniezione di fiducia nei contribuenti, ma, principalmente, una auspicabile spinta a intraprendere e investire in un Paese che si connota sempre di più come uno Stato di polizia tributaria.
Il capitolo lavoro & pensioni è tutto orientato a una logica minimalista e conservativa: è vero che 30-40 euro in più nelle tasche dei lavoratori sono meglio di niente, ma sono davvero meno di niente se annullati dalla raffica di balzelli introdotti surrettiziamente nel provvedimento. E, soprattutto, non serviranno certo a rilanciare gli asfittici consumi di un Paese a crescita zero. Famiglia, sanità, welfare, al netto della propaganda, sono solo voci di un menù: è tutto un fare e disfare per rinviare.
Al dunque, le tre leve della politica economica con la P maiuscola, quella degli investimenti, quella del taglio della spesa e quella della riduzione delle imposte, restano bloccate. E c’è ben poco da stupirsi se l’operazione, alla fine della fiera, abbia pochi padri obbligati (Conte e Gualtieri) e molti figli (da Matteo Renzi allo stesso Luigi Di Maio) che prendono le distanze.