La domanda di Ape volontario, almeno a sentire l’aria che tira, appare robusta. L’anticipo pensionistico a pagamento ha di sicuro un suo appeal. Chi ha inventato questo marchingegno parla di un bacino potenziale teorico di 300 mila interessati: in sostanza, coloro che hanno raggiunto o raggiungeranno almeno i 63 anni di età tra questo e il prossimo anno.
Ma, al netto delle stime e delle previsioni, lo strumento ha un suo «fascino» sotto molteplici profili. Per i lavoratori, perché di fatto permette sia di lasciare il lavoro in anticipo - addirittura fino a tre anni e sette mesi prima dell’età pensionabile - con una penalizzazione netta sulla pensione non elevata, sia di ridurre le ore lavorate (magari passando al part-time). Per le imprese, perché possono favorire esodi incentivati di fatto caricandosi del costo dell’Ape dei lavoratori che vanno via. 

Ma l’elemento che rende l’operazione una sorta di uovo di Colombo della finanza pubblica è che allo Stato (e, dunque, all’erario) non costa niente o comunque pochisismo: sono le persone a pagarsi l’uscita e le banche a finanziare il meccanismo, senza oneri aggiuntivi in termini di spesa previdenziale. 

Un congegno frutto del genio italico, si direbbe. In parte sì: e abbiamo raccontato perché. Ma, attenzione. Anche un marchingegno che va maneggiato con cura e con cautela. Le avvertenze e le controindicazioni, come accade per le medicine, vanno lette e considerate tutte. La prima è che si tratta, sebbene lo si chiami graziosamente Ape, di un vero prestito: dunque ci sono rate mensili da pagare, per di più trattenute alla fonte sulla pensione. La seconda è che il rimborso è ventennale: come un mutuo, sia pure di non elevata entità. La terza è che una soluzione di questa natura potrebbe anche ostacolare o impedire la richiesta e la concessione di altri prestiti, limitati nel tempo, per l’acquisto di beni di consumo. 
Insomma, fatevi bene tutti i conti prima di farvi pungere dall’Ape.