Più del maltempo e più del riscaldamento globale può l’incuria. Gli esperti agronomi a disposizione dei Comuni? Un lusso stratosferico. I giardinieri che conoscono, quartiere per quartiere, lo stato di salute del patrimonio verde? Pochi, pochissimi, quasi inesistenti. Si pensa troppo a rendere piacevole l’arredo urbano con le aiuole ricolme di primule colorate e molto meno alle radici e ai rami dei pini cittadini. È così che le bufere di vento e di pioggia moltiplicano gli effetti devastanti in Italia, che il maltempo diventa emergenza continua, che si corre sempre ai ripari quando il terrore ha già fatto piangere.

"Esiste un problema storico di gestione del verde urbano che riguarda potature e manutenzione", ha denunciato più volte Legambiente facendo riferimento proprio all’incuria. La colpa? Anche di una "gestione del verde con appalti al massimo ribasso". Nelle nostre città la fotosintesi di cui ci nutriamo per combattere i danni dello smog è assicurata non solo da pini, ma anche da platani, olmi e non solo. Quanti anni hanno? Molti sono ultra centenari e avrebbero bisogno di una manutenzione ordinaria e straordinaria. Costante e approfondita. Mappature e interventi di sfoltimento. O anche di abbattimento per cui spesso comitati di cittadini scendono in piazza a contrastarli. Ci si accorge che gli alberi diventano foglie al vento solo quando la tragedia diventa realtà. A Firenze il parco delle Cascine è stato monitorato in maniera più capillare dopo la morte di zia e nipotina nel giugno del 2014 per la caduta di un grosso ramo di un bagolaro. Già nel 2010, dopo la bufera d’inverno, scattò il preallarme ma le misure più drastiche vennero prese cinque anni dopo a causa del "ciclone" d’agosto che sdradicò decine di alberi. È mai possibile intervenire in maniera efficace solo a causa di drammi? 

E dire che la tecnologia verrebbe anche in aiuto dei Comuni per un monitoraggio salutare. Ma farlo costa. Circa 50 euro ad albero. E i tagli del bilancio sono più pressanti dei tagli del patrimonio verde.