Io c’ero. Ed è stato come essere accanto a Neil Armstrong quella notte sulla Luna. Io c’ero, ma in fondo c’eravamo tutti, noi italiani, qui nel cuore dello Stadio Olimpico di Tokyo.

Per una apoteosi che non è soltanto sportiva, perché le medaglie d’oro di Gimbo Tamberi nel salto in alto e di Marcellino pane e vino Jacobs sui mitici 100 metri, beh, vanno al di là del semplice, pur enorme!, dato statistico.

Oh, sì. Nella doppia impresa (maturata nei più incredibili cinque minuti della mia vita di cronista guardone!) c’è lo spirito di un popolo. E mi dispiace sinceramente per i detrattori in servizio permanente effettivo, per quelli che debbono sempre storcere il muso, perché insomma in realtà non va mai bene niente...

No, invece. Marcellino Jacobs, l’erede di Usain Bolt, è stato cresciuto da una madre rimasta sola, a combattere anche il pregiudizio nei confronti di quel figlio italiano con la pelle un po’ più scura. E Gimbo Tamberi si è tirato fuori dalla buca della depressione, nella quale era sprofondato cinque anni fa, quando un tremendo infortunio lo fermò alla vigilia della Olimpiade di Rio, che avrebbe affrontato da favorito.

Ora ditemi, dite a me che ho avuto il privilegio di essere testimone di una delle notti più grandi nella storia del nostro sport, ditemi, non è forse questa l’Italia autenticamente migliore?

Un Paese che non muore mai. Che non si arrende. Che sopporta il peggio e trova la forza di inseguire la Grande Bellezza.

Lo so, lo so. Non saranno due medaglie d’oro nella atletica leggera a cambiarci la vita, così come non ce la aveva cambiata l’Euro trionfo dell’Italia di Mancini. Continueremo a dividerci su tutto, avremo sempre idee diverse sulla pandemia e parleremo male di noi, tra noi.

Ma siamo anche il Paese di Tamberi e di Jacobs, eroi normali per chi ha voglia di credere nel valore dell’esempio.

C’eravamo tutti, in quei pazzeschi cinque minuti dentro lo stadio di Tokyo. Non era vuoto, no.

C’era tutta l’Italia migliore.