Alunni in classe
Alunni in classe

Gli alunni non le fanno il regalo di fine anno e lei si arrabbia. È accaduto a Palermo. I bambini della terza elementare dell’istituto comprensivo ‘Politeama’ hanno lasciato la classe del plesso ‘La Masa’ piangendo.
Ai genitori hanno raccontato di essere stati travolti dalle parole di una delle loro maestre che avrebbe reagito in modo aggressivo alla decisione di 14 famiglie su 16 di non partecipare al regalo di fine anno. "Mi auguro che da grandi non sarete come i vostri genitori che vi stanno dando dei cattivi esempi", avrebbe detto la maestra.

Il fenomeno poco spontaneo del regalo devozionale si manifesta in tutta la sua ipocrisia dentro le ceste di frutta tropicale spedite al primario, che alla fine se non gli arriva il pacco a Natale ci rimane male. Ma la tradizione avviluppa i custodi dei palazzi, gli agenti delle assicurazioni, i politici e, dicono, anche i giornalisti. Una busta per le feste. Una penna, un fermacarte. Due righe di stima. La crisi ha stemperato l’ansia di fare bella figura e l’importanza dei cadeaux ma forse non ha spento quel senso di aspettativa che cova nelle categorie. Se salta un anno arrivano le domande: downgrade della popolarità o del potere? Sto svanendo agli occhi del mondo? Il cuore umano contiene serbatoi di meschinità. Fortunatamente la stizza è serva del pudore, per cui si incassa l’obolo mancato senza fiatare e si aspetta l’anno successivo. 
 
Questa maestra che dà di matto perché la classe si rifiuta di omaggiarla è talmente estrema da fare tenerezza. Anche se non quanto l’alunno che viene da lei strapazzato dopo averle confezionato un segnalibro di carta sapendo che i genitori si rifiutano di partecipare alla colletta. Il sempre insoddisfatto Giovanni Papini riteneva la scuola così essenzialmente antigeniale da instupidire non solo gli scolari ma anche i docenti. E questo può essere il caso. Ma varrebbe la pena cercare di capire se questa tradizione del dono sia conseguenza o causa del rimbecillimento. Gisella Donati, classe 1938, andata in pensione nel 2008 con il titolo di maestra più anziana d’Italia, ricorda che l’usanza nacque nelle campagne degli anni Cinquanta, quando andare a scuola non era così scontato e chi insegnava godeva di enorme rispetto. A lui, per sincera devozione, si portavano ‘uova, verdura, frutta fresca, olio, pane, fiori di campo o pezzi pregiati di carne quando si ammazzava il maiale’.
 
Oggi se vogliamo dirla alla Papini (e soprattutto ricordarlo a quella signora là) il regalo alla maestra dovrebbe essere una specie di contrappasso. Qualcosa di veramente brutto e inutile ma che venga dal cuore, a risarcire anni di regali per la festa della mamma e del papà imposti dalla stessa maestra. Ma moltiplicati. E ancora più brutti e inutili. Cosa che alla fine finiscono per essere. Il regalo collettivo è un’usanza barbara. Trova sempre tutti in disaccordo e lascia il segno. Di solito è un foulard. Di quelli con disegni giganteschi che non hanno la seta e la firma, agghiaccianti anche se arrotolati alla borsa di Charlotte Casiraghi. Roba che non esce nemmeno dal cellophane. Alcune scuole cercano di scoraggiare la pratica, ma non c’è alcuna regola che la vieti tranne un regolamento dell’ente nazionale anticorruzione che stabilisce che un dipendente pubblico non può ricevere o accettare regali di un valore superiore ai 150 euro. E sotto quella cifra vogliono starci tutti, chiarendo che è ‘per principio’. La maggior parte del corpo docente vola alto e non è interessato a certe dinamiche ruffiane. Per una che rivendica la macro libidine del micro potere c’è di sicuro la moltitudine che il regalo lo rimanda indietro, a meno che non si chiami Hermès.