Interno ristorante di una sera di luglio, in Sardegna. Tavolo da quattro: padre, madre e due figli. Il cameriere attende, con una pazienza serafica, che i quattro alzino gli occhi dai loro smartphone che continuano a scrollare con le dita, incuranti di quello che hanno attorno: esseri umani. Al di là della maleducazione, la scena è purtroppo così ordinaria da invitare alla riflessione. Proprio l’altro giorno, subito dopo l’eliminazione dalle Olimpiadi, il commissario tecnico della nazionale femminile di pallavolo, Davide Mazzanti, ha detto: "Avevo chiesto alle ragazze di staccarsi dai social".

Staccarsi dai social, mica facile. Lo stesso Mazzanti lo ammette: "Per me è più semplice, per loro no". Partendo proprio dalle pallavoliste, è possibile che siano ossessionate da imprimere sui loro profili qualsiasi attività, vedere quanti like arrivano per un post, leggere i commenti a una foto “in borghese“? In teoria hanno tutto: il lavoro che sognavano di fare da bambine, la gloria e la ribalta che solo le Olimpiadi sanno riservare. Eppure, non riescono a staccare lo sguardo dai social. Hanno forse la necessità di specchiare talento e gloria su piattaforme virtuali?

I social sono il grande inganno di questo secolo ancora all’inizio ma tutto da decifrare. Ci fanno scoprire più narcisi di quanto avremmo mai pensato. Ci fanno credere che non esista più l’intermediazione, che tutto sia diretto, immediato, istantaneo. Ma in realtà, anche se lo facciamo in primissima persona, in ogni post riproduciamo solo emozioni, sentimenti che hanno perso già, in partenza, la loro essenza. Una pipa, per dirla alla Magritte, non è la (nostra) pipa nel momento in cui la postiamo sui social. Un inganno, appunto.

L’altro inganno sta nella gratuità. In “Social dilemma“, il tanto chiacchierato docudrama di Netflix, il tutto viene sintetizzato nella frase: "Se non paghi il prodotto, il prodotto sei tu". E di questo ce ne accorgiamo praticamente ogni giorno. Ogni volta che parliamo di un oggetto e un istante dopo vediamo il consiglio per l’acquisto dell’oggetto stesso. Potere e invadenza degli algoritmi.

In definitiva – e non mi considero comunque un pentito – abbiamo regalato tempo, spazio e sì, anche, libertà ai social. Sussultiamo per uno smile a forma di cuore che esplode sul display del nostro smartphone. E ci siamo dimenticati dell’effetto che fa un brivido lungo la schiena, solo per essere stati sfiorati da chi realmente ci fa battere il cuore. Nonostante tutto questo, di cui siamo consapevoli, continuiamo a rimanere on line. Ma quanto siamo malati di social, allora? Tanto, così tanto che non vogliamo rendercene conto.