Quanti fra i 945 parlamentari in carica tornando alle loro precedenti occupazioni avrebbero un prestigio e una retribuzione comparabili agli attuali? Pochissimi. Si capiscono perciò, umanamente, le contorsioni di deputati e senatori a rischio rielezione pronti a qualunque compromesso pur di tenere in piedi la legislatura. Questo vale soprattutto per il M5S dove la cura dimagrante sarebbe assai drastica e dove il divieto di un terzo mandato semina il panico tra quanti svolgono il secondo. Ma si vedono scene antipatiche anche in Forza Italia, destinata anch’essa a un prevedibile ridimensionamento.

Qui gli amici di Mara Carfagna, che detestano Salvini, hanno prima messo, poi ritirato e infine rimesso le firme in calce a un documento che chiede un referendum sulla legge che riduce da 945 a 600 il numero di deputati e senatori. All’ignaro lettore converrà spiegare che in questo modo si guadagna qualche mese per votare con il vecchio sistema a organico pieno. La più interessata è la Lega e alla fine Salvini ha dovuto chiedere ai suoi di aggiungersi agli altri per essere sicura che le firme fossero sufficienti. Tutto ruota intorno al capo della Lega. Tutto si muove perché si eviti che egli un domani vinca le elezioni e – se le vince – possa governare. Sul primo punto, si spera che la magistratura lo condanni per sequestro di persona e chiedo al lettore di ogni orientamento politico se ha senso un’accusa del genere per un ministro dell’Interno che con il silenzio/assenso dell’intero governo trattiene i migranti a bordo di una nave militare in attesa che l’Europa ne decida il ricollocamento. Se si vuole trasformarlo in un martire, questa è una ricetta infallibile. Nel caso Salvini dovesse mai vincere le elezioni, ecco pronta una legge proporzionale che cancella decenni di battaglie (da Berlusconi a Prodi e Veltroni) imponendo coalizioni deboli a un Paese che avrebbe un disperato bisogno di un governo forte con linee chiare in politica estera ed economica. Tutto questo mentre il M5S vive una drammatica crisi di identità. A Di Maio viene rimproverato il cumulo di due incarichi difficilmente compatibili come la guida di un Movimento complesso e il ministero degli Esteri. C’è una forte spinta a commissariarlo e perfino a sostituirlo. Ma non è certo solo sua la responsabilità del calo di consensi. Le esecuzioni non servono a niente senza riflessioni più profonde…