Molti giovani ora guardino a Luca. Ora che un evento micidiale lo ha fatto conoscere a tutta italia. Un ambasciatore, un uomo delle Istituzioni, una carriera molto ambita, considerata carica di onori. Ma un uomo che stava vivendo il suo ruolo come una missione, come narra da chi gli era a fianco. Era stato a messa da Padre Bordignon in quella missione che sentiva come “casa”, animato da una simile volontà di bene. In questo momento in cui molti giovani pensano con preoccupazione al loro futuro, la figura di Luca Attanasio, padre di tre bambini piccoli che aveva portato con sé in Africa, arde di forza speciale.

Perché certo è importante avere un mestiere, il più bello possibile, sognato e per cui si fanno sacrifici. Ma non basta. Occorre animare il mestiere con una volontà di bene che non nasce dallo stipendio, dalla posizione, dal senso del dovere. Occorre un sovrappiù di bene, di senso, diciamo la parola che nessuno usa quasi più, di speranza.

La figura di Luca Attanasio, che non meritava di morire così, invita a immaginare il proprio impegno animandolo con una potente volontà di bene.

Si può fare l’ambasciatore, il runner o il barista o il geometra in molti modi. Non si tratta solo di quelle che oggi vengono chiamate skills, attitudini che rendono il lavoro migliore, come l’empatia o la proattività o altre cose che si insegnano nei corsi. C’è qualcosa d’altro, un fuoco che nasce dall’anima. Non basta fare il proprio dovere per essere a posto.

È una idea povera della vita, e figure come quella di Luca Attanasio richiamano, anche facendo salire le lacrime agli occhi, che in fondo desideriamo una vita che si spenda per un ideale più grande che la propria sistemazione o gratificazione. Ma come si alimenta tale fuoco che ti fa fare il mestiere di ambasciatore o di barista, con una attenzione positiva al mondo, agli altri ?

Senza ideale non c’è vita umana autentica.

E l’ideale non è un sogno fumoso, ma la cosa più reale che alberga in fondo al nostro cuore, e che figure come Luca Attanasio risvegliano.

Uno può decidere di non farsi scuotere più da nulla, restare inerte e giustificato da lamenti senza fine, e rubricare la notizia tra le tante.

Oppure può dare credito a questo ultrasuono, a questo richiamo che attraversa la cronaca e ci chiede: "Tu per cosa lavori? Per cosa dai la vita, la unica vita che hai?"