Tranquillizziamo subito chi teme che la tutela della vita umana debba piegarsi alle vili e fredde leggi dell’economia. L’ipotesi sempre più forte di modificare l’indice Rt come è stato misurato finora (in soldoni: quante persone può contagiare un malato di Covid) non è un attentato alla salute, ma una scelta ponderata che tiene conto dell’evoluzione della pandemia, dello sforzo per vaccinare gli italiani, e delle mutate condizioni stagionali. La strada pare ormai tracciata e prevede di cambiare l’indice-mannaia (quello che determina la chiusura delle regioni) scegliendo parametri meno impattanti sulla ripartenza, anche se comunque sicuri.

In pratica il nuovo Rt dovrebbe limitarsi a tenere conto del rapporto tra il numero di persone che finisce in ospedale e ogni nuovo positivo. Si eviterà così di conteggiare nelle scelte gli asintomatici e si terrà conto che le vaccinazioni stanno mettendo in sicurezza buona parte degli anziani e dei fragili. La decisione non è stata ancora presa, c’è ovviamente chi prova a frenare. Domani Regioni e Governo si metteranno a un tavolo per trovare una soluzione. L’augurio è che non ci siano sorprese. Anche perché le conseguenze dell’indice Rt si misurano sulla pelle degli italiani. Con i parametri attuali, si rischia di rimettere in zona arancione nove regioni, fra cui Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto, Marche, Campania e Lazio. Praticamente una condanna a morte per ristoranti, bar e imprese turistiche. Inoltre, la spada di Damocle del cambio colore (in peggio) ci accompagnerebbe tutta estate, con effetti devastanti sull’economia e sulla coesione sociale. In campo turistico sarebbe un disastro: chi vorrebbe trascorrere le vacanze in un Paese dove non si sa che cosa succede la settimana dopo? Che regalo a Grecia, Spagna e Croazia, per dirne alcuni. Cambiare non significa risparmiare sulla salute, ma fare un bagno di realismo per andare sopravvivere.

Nessuna paura: i parametri non sono leggi scritte sulla pietra. L’evoluzione della lotta richiede di cambiare le armi in campo, senza cristallizzarsi in scelte dogmatiche che rischiano di fare più male che bene al Paese. Si tratta anche di accettare il concetto di rischio che nessun epidemiologo e nessuna vaccinazione di massa potrà mai cancellare. Fare questo passo in avanti è un atto di maturità che prima o poi dobbiamo compiere per uscire dall’emergenza. Pensare che le regioni si possano chiudere e riaprire a soffietto, senza permettere a chi gestisce le attività di programmare il proprio lavoro, è una follia, un suicidio: dobbiamo avere il coraggio di dirlo. Dalla grotta si esce: si affrontano vento, caldo, pioggia e nemici pur di tornare a vivere.