Lavoro per la metà della mia giornata. Per questo è (anche) il lavoro che mi definisce, che mi fa essere la persona che sono, mi piaccia o no. Se perdessi il lavoro, dunque, perderei una parte di me. Questo ho pensato riflettendo sul dramma della Gkn di Campi Bisenzio, l’azienda del settore automotive alle porte di Firenze, quella che ha annunciato il licenziamento in tronco dei suoi 422 dipendenti.
Per chi se lo fosse perso: l’ha fatto con una lettera, spedita per posta elettronica, che inizia con due parole precise: la prima è "caro", la seconda è "collega". Proprio così: "Caro collega, riteniamo opportuno informarti direttamente...".

Poi una mezza paginetta per spiegarti che, oplà, da domani tutto cambia. Dovrai inventarti un modo alternativo di pagare mutuo e bollette, dovrai chiedere aiuto agli amici, e dopo dieci, venti o più anni di serenità dovrai imparare a fare i conti con l’incertezza assoluta. E non è un caso isolato. Pochi giorni prima è accaduto alla Gianetti Ruote di Ceriano, presto succederà ancora.

A uno col pelo sullo stomaco ora potrebbe venir voglia di dire: beh, ma non c’è mai un modo bello di licenziare, e licenziare a volte è necessario. Può perfino essere vero. Però non è un obbligo la brutalità di chi rifiuta il contatto umano, di chi ti manda una comunicazione scritta al termine del turno di notte. Questo stile è anzi il sintomo più evidente di un problema serio: la disgregazione dei rapporti umani, che sono rapporti sempre meno personali, indebolisce perfino l’economia, e ci mette tutti a rischio, perché aumenta la nostra fragilità e quella del sistema su cui ci sosteniamo.

Sistema che poi, se davvero volesse impegnarsi a tutelare il lavoro (meglio la libertà di assumere che quella di licenziare, o no?) potrebbe vedere alcuni dei suoi protagonisti, i politici e gli amministratori ad esempio, impegnati a fare qualcosa di utile. Perché se è facile dire "vietato licenziare", esprimendo sdegno e indignazione, allora dovremmo almeno tentare di rendere competitivo il mondo produttivo. Invece il taglio del cuneo fiscale è rimasto un miraggio, la tassazione resta altissima, i piani di riqualificazione professionale non li hanno visti nemmeno i navigator del reddito di cittadinanza. Per non parlare delle infrastrutture, totalmente inadeguate alla nostra epoca: con le autostrade intasate se non chiuse un giorno sì e l’altro pure, i cantieri infiniti, le troppe tratte ferroviarie ancora a binario unico, la difficoltà di raggiungere porti e centri di interscambio. E con un sistema burocratico ancora capace di asfissiare chiunque abbia voglia di fare. Pensiamoci, la prossima volta che sentiremo la parola delocalizzazione.