«Fate presto ma non in fretta», consigliava Renzo Piano, dopo il crollo del ponte Morandi, a chi si occuperà di curare le ferite della mia città. Una regola aurea che vale ben al di là di Genova, da inserire ai primi posti dei prontuari della diplomazia internazionale. Se fosse stata seguita anche per dipanare il groviglio libico, avrebbe forse evitato l’assalto su Tripoli che seguiamo in questi giorni, le decine di morti e feriti, e la nuova fase di caos che incombe sul Paese. Non c’è dubbio che le milizie di Tarhuna e Misurata che martellano la capitale a colpi d’artiglieria abbiano fretta, e per questo scelgono la scorciatoia della violenza. Organizzare una conferenza per risolvere i problemi della Libia come quella francese di maggio, dove i posti al tavolo sono solo quattro mentre il Paese è in mano a decine e decine di milizie e attori locali che reclamano autonomia – ognuno deciso a non restare tagliato fuori da qualsiasi accordo – è un’improvvida scelta che spinge tutti gli esclusi a reclamare la loro parte. Se poi si accelerano all’inverosimile i tempi per le elezioni, che la stessa conferenza ha convocato per il 10 dicembre, senza che siano presenti le condizioni minime per il loro svolgimento pacifico e libero, allora si è creata un’ottima ricetta per aumentare l’instabilità del Paese.

Non sorprende che Tarhuna e Misurata figurino tra questi esclusi. E non sorprende neppure che i gruppi armati chiamati da Sarraj per difendere la città siano accorsi immediatamente: sia Zintan che la Forza anti terrorismo di Misurata erano stati lasciati fuori dagli accordi, esattamente come i loro rivali. Mettere un piede a Tripoli, d’altronde, significa poter controllare i centri del potere e diventare interlocutori imprescindibili. Gli scontri di Tripoli sono innanzitutto questo: il simbolo plastico dell’assenza di coesione della Comunità Internazionale. È mancato quel supporto a Sarraj e al suo governo (che quella stessa Comunità Internazionale, senza eccezioni, dice di sostenere), che avrebbe permesso di costruire un’architettura istituzionale più solida. La realtà è un’altra. Tripoli, con le sedi governative e di altri importanti organi libici, è finita in mano a una «cupola» di milizie che dominano con metodi mafiosi ogni mossa del governo. È chiaro che ogni intervento esterno per congelare lo status quo sarebbe percepito dai cittadini libici come una difesa dell’indifendibile. Certo, va tutelato il governo creato dall’Onu due anni fa perché è il perno di ogni percorso di riconciliazione realistico. Ma gli scontri di Tripoli devono far prendere atto a tutti che l’unica via d’uscita è un dialogo davvero inclusivo, il solo incentivo a far tacere le armi e a competere sul piano della politica.