Roma, 12 settembre 2018 - La crisi libica sta precipitando. Una crisi che perdura dal 4 febbraio 2011 con la rivolta contro il regime di Muammar Qaddafi in cui sin dall’inizio sono state determinanti influenze esterne convinte di poter far evolvere gli eventi verso esiti a loro politicamente graditi. Fallendo miseramente. L’acuirsi di queste influenze con l’intervento di nuovi soggetti (Isis, Russia, Egitto, Emirati Arabi) ha gettato ancor più nel caos il paese, ove si confrontano sul campo 300 milizie e 150 tribù. Obiettivo degli scontri è divenuto sempre più la compagnia petrolifera di stato, la National Oil Company (NOC), che controlla la quasi totalità delle entrate delle esportazioni di petrolio e gas metano, praticamente le uniche del paese. Insieme alla banca centrale, la NOC è la sola istituzione che ancora regge, nonostante il continuo tentativo delle milizie di assumere il controllo dei porti – Es Sider, Ras Lanuf, Zueitina, Marsa el-Hariga – e di cargo petroliferi con vendite illegali. I tecnici della NOC sono riusciti sinora a rimediare ai sabotaggi alle infrastrutture e a preservare una parte delle estrazioni. Quelle di petrolio si sono quasi dimezzate in un decennio, oscillando nella prima parte del 2018 tra 0,6 e 1,0 milioni di barili al giorno. Ancor peggio per il gas metano con esportazioni verso l’Italia attraverso il gasdotto Greenstream precipitate a 0,4 mld.mc contro gli 8,0 di una decina di anni fa.

La crisi libica, in conclusione, non sta esponendo il nostro paese a soverchi rischi, grazie a due fatti. Primo: l’ampia diversificazione dei suoi fornitori sia di petrolio (25 nei primi sette mesi del 2018) che di metano (7). Secondo: l’abbondanza almeno sinora dell’offerta internazionale di entrambe le fonti. Sinora, perché il calo dell’export petrolifero iraniano, causato dalle improvvide sanzioni americane, potrebbe far crescere la febbre dei mercati e quindi i prezzi schizzati in un mese di oltre il 10%. Da ultimo, dalla crisi libica dovremmo trarre un grande insegnamento: il fatto che solo la diversificazione dei fornitori può metterci al riparo da sempre latenti crisi geopolitiche. Come accadde nel 2011, quando nel giro di poche ore gli arrivi di gas dalla Libia si azzerarono. Lo rammentino gli esponenti di governo che testardamente continuano ad opporsi alla realizzazione del gasdotto TAP.