Una conferenza di pace in novembre. La montagna ha partorito il classico topolino. Nel verminaio libico l’Italia non vuole entrare a nessun costo. Pur avendo ben presente che incombe lo spettro di un nuovo, massiccio sbarco di migranti sulle nostre coste. Anche per questo motivo Roma si appresta a battere cassa di nuovo a Bruxelles «in vista – recita una nota di Palazzo Chigi – del vertice dei capi di stato e di governo il 20 settembre a Salisburgo».
Il caos di Tripoli ha mandato segnali chiari e minacciosi. Nei giorni scorsi dal carcere di Abu Salim, quello nel quale Gheddafi rinchiudeva e torturava i dissidenti, sono scappati 400 prigionieri, compresi diversi fanatici della jihad, la guerra in nome dell’Islam.

Ieri 500 migranti rinchiusi in un centro vicino all’aeroporto se la sono data a gambe dopo che alle 14 i razzi grad di fabbricazione russa sono tornati a cadere sulla strada dello scalo aereo e sulla Salaheddin road. I social network di Tripoli hanno rilanciato le immagini di lunghe colonne di disperati in cammino con le loro poche cose infilate in sacchetti di plastica. La settima brigata che era stata sciolta in aprile dal governo di Fayez al Sarraj, presidente del consiglio presidenziale, il governo riconosciuto dall’Onu e appoggiato dall’Italia, si è trincerata in vista di un attacco delle potenti milizie di Misurata, quelle che cacciarono l’Isis da Sirte. I morti dall’inizio degli scontri sono saliti a 61.

A noi restano danni certi. Michele Marsiglia, presidente della Federpetroli, ha ricordato che dai 2 milioni di barili al giorno la produzione libica di petrolio è crollata a 500 mila. Molte aziende hanno decine di milioni di euro da recuperare. «Le imprese – ha denunciato - sono piombate in stand by», ossia in una attesa carica di ansia. Gli addetti dell’indotto, calcola Marsiglia, sono sessantamila. In una telefonata a Sarraj il ministro degli esteri Enzo Moavero Milanesi ha assicurato l‘impegno italiano per «un’azione efficace e determinata della comunità internazionale a favore del dialogo e della riconciliazione». L’Onu annuncia l’ennesimo cessate il fuoco e la riapertura dell’aeroporto di Mitiga, lo scalo della capitale. Uno spiraglio, ma nessuno si illude che duri a lungo.