Almeno per il momento ha vinto il «terzo partito» della maggioranza: il partito che fa capo al ministro dell’Economia, Giovanni Tria, e, in parte, al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Con il supporto del sottosegretario leghista Giancarlo Giorgetti.

Il partito, per capirci meglio, che ha come punti di riferimento costanti e determinanti il presidente della Repubblica e il governatore della Banca centrale europea.
La moral suasion di Sergio Mattarella e di Mario Draghi, i due provvidenziali assi nella manica del sistema Italia, ha trovato nel premier e nel responsabile di Via XX Settembre interpreti risoluti. E così, più per convenienza che per convinzione, anche i due azionisti forti dell’esecutivo si sono dovuti ridurre a più miti consigli e, in questo, hanno superato una prova di maturità. Anche perché chi di dovere ha spiegato ai leader di Lega e 5 Stelle che lo spread non è una realtà virtuale, creata più o meno ad arte dai guru della finanza. Si tratta invece di un numero che finisce per penalizzare i «cittadini e gli imprenditori normali», quelli che hanno mutui e chiedono prestiti quotidianamente. 

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Dunque, prima Matteo Salvini e poi Luigi Di Maio, con quella disinvoltura tattico-dialettica che li contraddistingue e li accomuna, ma anche con un salto di qualità che governare richiede, hanno cambiato approccio e atteggiamento nel giro di 24-48 ore. E da pasdaran del «tutto e subito» e dello «sforeremo il 3 per cento» (nel rapporto deficit-Pil) alla faccia dell’Europa e delle agenzie di rating sono diventati, alla velocità della luce, paladini della linea «camomilla» all’insegna del tranquillizziamo i mercati e non scassiamo i conti. Il che, tradotto in concreto, vuol dire che la legge di Bilancio conterrà «solo» il primo capitolo o la prima tappa delle misure-bandiera del Carroccio e dei grillini: un po’ di flat tax e un po’ di reddito di cittadinanza, un po’ di quota 100 e un po’ di pace fiscale.

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Si potrebbe dire che tutto è bene quel che finisce bene, se non fosse che siamo solo all’inizio della partita sulla manovra. E non è detto che nelle prossime settimane non assisteremo a nuove convulsioni: questa volta più tra Lega e Movimento che rispetto all’Europa o al «terzo partito». Ma almeno avremo messo in cascina la stabilità e l’equilibrio della finanza pubblica. Con tutto quel che significa per i «cittadini normali».

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