Raffaele Marmo
Raffaele Marmo

La corda dell’alleanza giallo-verde sembra tendersi ogni giorno di più. E poco importa, come più di un osservatore sostiene, che la diatriba continua tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini faccia parte di un copione studiato a tavolino per giocare tutte le parti in commedia e occupare tutti gli spazi della campagna elettorale per le europee. L’effetto, comunque la si metta, è quello di paralizzare il Paese e di tenerlo dentro un clima di costante fibrillazione che potrà, forse, giovare ai contendenti, ma che non fa certo il bene dell’Italia. 

Non vale neanche la pena di enumerare e mettere in fila i dossier sui quali i due leader, pur alleati, non si trovano d’accordo. La sola cosa che li accomuna è la spinta a fare deficit per finanziare le loro promesse e non fare i conti con la realtà. Per il resto, dalle grandi opere alla Tav, dalla sicurezza ai diritti civili, dalle regole del lavoro alla giustizia, dall’autonomia regionale all’energia e all’ambiente, è tutta una sequenza di contrapposizioni. 

Ma fin qui siamo alle furbizie e ai conflitti della politica interna: in qualche modo gestibili, perché, come si dice, ce la cantiamo e ce la suoniamo più o meno da soli. Ha un impatto ben più dirompente e lacerante il contrasto che da mesi registriamo nella politica estera e di difesa. Il caso della Libia e il riesplodere della contesa sui porti aperti o chiusi e sulla gestione dei flussi migratori sono solo l’ultimo terreno di scontro in questi ambiti. 

È del tutto evidente la divaricazione crescente tra il riallineamento atlantista e filo-americano di Salvini, dopo il viaggio in Usa del sottosegretario Giancarlo Giorgetti, e la deriva pro-Cina dei grillini, preceduta dal sostegno al Venezuela di Maduro, dalle accuse sui costi degli F 35. E seguita dai post di Grillo e del rediviso Di Battista a favore di Assange. 
Sicché suscita quasi tenerezza, se la categoria fosse ammessa in politica, il tentativo del premier Giuseppe Conte di invocare l’aiuto di Trump per la Libia, quando i suoi si divertono a dare «dispiacieri» all’amministrazione di Washington.