Più che il governo del cambiamento, quello giallo-verde è il governo delle convulsioni competitive. Passata la luna di miele dei primi mesi, l’alleanza (ma guai a chiamarla alleanza) tra Lega e 5 Stelle si è via via trasformata in una coalizione nella quale ognuno dei due "soci" è a caccia di continui risultati di consenso ma anche di potere. Il "contratto" delle origini appare uno sfocato simulacro dell’innocenza e dell’originalità perdute. E ogni bandiera (le pensioni d’oro, la prescrizione, quota 100, il reddito di cittadinanza) ha, invece, solo la funzione dello spot elettorale.
 
L’esito al quale assistiamo, d’altra parte, non solo era prevedibile, ma per molteplici versi non è neanche colpa dei leader dei due partiti della maggioranza. 

In presenza di un sistema politico di fatto privato di opposizione (se per tale intendiamo un’alternativa possibile all’esecutivo in carica), grillini e leghisti si muovono quotidianamente come partiti di lotta e di governo, ciascuno con un retroterra e una constituency di riferimento. 

Non c’è da stupirsi che la dinamica dei rapporti tra gli azionisti della maggioranza oscilli di volta in volta lungo la linea compromesso/conflitto. Anzi, c’è da immaginare che, via via che ci avvicineremo alle elezioni europee e mano a mano che verranno a scadenza le cambiali contenute nella manovra, lo scontro tra Lega e 5 Stelle sarà destinato a salire di tono e di livello. 

A produrre questo effetto vortice, del resto, è e sarà sempre di più anche una differenza-chiave tra i due partiti e i due leader. Matteo Salvini, come dimostra anche la vicenda del decreto sicurezza, punta a obiettivi "concreti" (tanto che le norme sono in vigore) che, comunque li si giudichi, sono ampiamente apprezzati dal suo crescente elettorato. Luigi Di Maio, invece, porta a casa, per ora, la promessa di un disegno di legge che conterrà anche lo stop alla prescrizione: un traguardo minimale per gruppi parlamentari sempre più nervosi e per un elettorato sempre più disilluso.