Tempo fa un giornalista chiese a un operaio dell’Ilva: «Scusi, ma lei non preferirebbe lavorare per la bonifica dell’area, piuttosto che in una fabbrica inquinante?» «Guardi – rispose lui – io devo lavorare ancora quindici anni e la bonifica andrebbe avanti per molto meno. Poi sarò sincero. Meglio rischiare di morire di tumore, che essere sicuri di morire di fame». Il lavoro è una cosa seria. Talmente seria da valere più della stessa salute per un padre di famiglia. E anche per un figlio che vorrebbe mettere su casa e diventare padre. Un futuro negato a troppi giovani italiani, oggi. Ai tanti, diciamolo, che hanno poca voglia di sporcarsi le mani per campare visto che c’è qualcuno che li mantiene. Ai tantissimi che cercano sul serio, ma non trovano. Allora, concediamo al governo e in particolare ai 5 Stelle l’attenuante generica della buona volontà. Ma bastava aver frequentato sul serio il lavoro, e non alla maniera sabbatica dei Di Battista; bastava conoscere di sfuggita le regole del mercato e non seguire solo i manuali ingialliti delle ideologie per sapere che non basta accorciare i tempi del precariato per creare occupazione a tempo indeterminato. I numeri di Federmeccanica, con il 30 per cento di contratti a termine che finiranno in disoccupazione, o quelli delle agenzie interinali, fanno paura. Ma fa ancora più paura il fatto che non lo si sia potuto e dovuto prevedere, e dunque evitare. La stessa preoccupazione-proiezione che si può già fare sugli esiti di quota 100. Provvedimento legittimo se si pensa che la legge Fornero sia da emendare. Ma senza ipotizzare che i 4-500mila che andranno in pensione creeranno altrettanti posti, o quasi. Qualche rimpiazzo ci sarà nel pubblico. Ovvio. Ma i privati con queste incertezze e (non)crescite, tapperanno solo pochi buchi. Se il lavoro è dignità, insomma, l’omonimo decreto sta fallendo il suo obiettivo. Sperando, visti gli effetti, che sia come i contratti che vuole combattere: a tempo determinato.