Solo una surreale idea bohémienne da gauchisti con casa in affitto a vita in centro può spingere un club ristretto (per fortuna) di parlamentari di Leu e Pd addirittura a proporre di introdurre una patrimoniale sulla "ricchezza" da 500 mila euro in su: che è come dire rimettere pari pari la tassa sulla prima casa a carico di milioni di italiani che, a forza di sacrifici, risparmi e rate di mutuo, sono riusciti a realizzare il sogno di un appartamento di medio valore in una grande o media città della Penisola. Ma, quel che è peggio è l’assenza, per questi nostri chavisti dell’ultima ora, di qualsiasi rapporto con la realtà di una comunità nazionale mai come ora travolta dall’incertezza del presente e dalla paura del futuro.

C'è un antico e perdurante riflesso pavovliano in una quota residuale della sinistra intellettuale italiana, ma anche in certi ambienti del pauperismo cattolico che un tempo si sarebbero definiti cattocomunisti, che considera la proprietà della casa, se non un furto, se non un "peccato", comunque una sorta di colpa da espiare e punire. E, non potendo arrivare all’esproprio (per evidenti ragioni), quale punizione può essere mai più efficace di una tassa che colpisca non i grandi evasori, non i titolari di patrimoni mobiliari milionari ben custoditi nei paradisi fiscali del mondo, ma i piccoli e medi proprietari immobiliari italiani, quelli che non possono certo nascondere l’appartamento che in trenta, quarant’anni di lavoro sono riusciti finalmente a comprarsi. E così ogni occasione (e oggi questa, terribile, della pandemia) è buona per riciclare un ferrovecchio dell’armamentario ideologico di quando la ricchezza si radicava principalmente nella proprietà immobiliare, appannaggio di ristrette cerchie nobiliari e alto-borghesi.

Peccato, però, che come ben sapevano i vecchi comunisti che stavano in mezzo al popolo, la massima aspirazione degli operai delle catene di montaggio, come anche dei contadini del Sud o del Veneto e del Friuli emigrati in Svizzera e in Germania negli anni dai Cinquanta ai Settanta, è stata il mettere da parte un gruzzolo per acquistare una casa in città o per costruirsi una modesta villetta nei paesi di origine. E, semmai, oggi il problema di cui occuparsi non è quello di andare a tassare questi presunti "patrimoni", ma di creare le condizioni perché anche i figli e i nipoti di quelle generazioni possano "risparmiare" e coltivare un sogno di eguale valore. E non invece, stretti e costretti nei loro contratti da fame, vivere solo l’incubo di arrivare a fine mese.