Nessuno si aspettava di ritrovarsi un anno dopo il primo lockdown a fare i conti con nuove e sempre più rigide chiusure di vita e di attività. E di sicuro non si attendeva di dover fronteggiare uno scenario ancora incerto e cupo come l’attuale il nuovo premier Mario Draghi. Solo due settimane fa l’ex governatore della Bce, chiamato da Sergio Mattarella al capezzale di un Paese sfinito dalla pandemia e dallo stallo politico della vecchia maggioranza, ipotizzava una primavera di progressive riaperture dell’Italia. Ma la comparsa delle "varianti" ha imposto un rapido cambio di programma: e il primo a dare la sterzata rigorista è stato proprio Draghi con il suo Dpcm d’esordio.

E' verosimile immaginare che il presidente del Consiglio puntasse a mettere in atto da subito una significativa discontinuità non solo, come ha fatto, nella gestione della campagna vaccinale, con la sostituzione radicale di uomini e strategie, ma "anche" per quello che riguarda la natura e la tipologia delle misure da adottare per contenere i contagi, nell’intento di conciliare maggiormente e più efficacemente il contrasto della pandemia con il ritorno alla normalità, a cominciare dalla scuola (ma non solo).

E, però, da pragmatico realista quale è, ha dato priorità alla sostanza sulla forma, all’etica della responsabilità rispetto all’estetica delle enunciazioni di principio. E così, secondo il criterio della concretezza delle azioni, il primo provvedimento dell’era Draghi è modellato sulla realtà rapidamente cambiata in pochi giorni e non sul programma originariamente fissato.

Dietro la sua prima mossa da Palazzo Chigi sul fronte delle regole anti-pandemia c’è, del resto, la stessa logica delle priorità emergenziali che lo ha ispirato, ceteris paribus, quando, da numero uno della Banca centrale europea, lanciò, nel luglio del 2012, l’ormai notissimo "Whatever it takes". Allora si trattava di salvare l’Euro "costi quel che costi", oggi di salvare la comunità nazionale dalla nuova morsa delle "varianti" del virus "facendo tutto ciò che è necessario". E, dunque, allora come oggi è il principio di realtà a far premio su tutto.

Insomma, la rivoluzione Draghi non è tanto o solo nello stile di comunicazione (e anche ieri ne abbiamo avuto un’altra prova, con la sua assenza alla prima conferenza stampa su un Dpcm), ma, innanzitutto, nel metodo decisionale, che indulge poco, anzi per niente, alle esigenze dei ritorni immediati o di corto respiro, rivolta come appare, invece, solo a tentare di centrare gli obiettivi che si pone. A ogni costo.