Mario Draghi ha tirato la riga della riapertura del Paese. Senza dare ascolto più di tanto all’eccessivamente timoroso ministro della Salute, Roberto Speranza, come anche alle spinte iper-aperturiste di Matteo Salvini, il premier ha messo in fila i dati e ha deciso la road map del (si spera) definitivo ritorno alla vita sociale della comunità nazionale. A cadere, con la progressività del caso, è innanzitutto il simbolo della seconda e della terza ondata del Coronavirus: quel coprifuoco che ha reso le notti delle nostre città chiuse e isolate, come fossimo al tempo dei bombardamenti, salvo essere via via sempre più disatteso in un preannuncio fattuale di liberazione che possiamo oggi finalmente intravedere.

Insomma, nel gioco tutto politico della diatriba tra aperturisti e chiusuristi, Draghi si tira fuori, si muove in autonomia e lo fa intendere senza tanti complimenti sia durante la riunione della cosiddetta cabina di regia, sia nel Consiglio dei ministri. Niente frenate intempestive, ma anche niente improvvide fughe in avanti, la bussola utilizzata è quella dei numeri dei contagi e dei vaccinati. E questa segna la rotta per una exit strategy che non metta a repentaglio i risultati conquistati in termini di calo dei numeri neri (contagi, decessi, terapie intensive, ricoveri) e, però, neanche le prospettive di ripresa piena delle attività economiche e sociali.

È, insomma, la formula Draghi. Quella di una gradualità puntellata di salti in avanti. Una formula che politicamente soddisfa sia gli iper-prudenti alla Speranza, sia gli avanguardisti alla Salvini e alla Giorgetti, ma che, più concretamente, risponde a quella mediazione inevitabile tra i dati della situazione sanitaria del Paese, la voglia di vita sociale dei cittadini e la volontà di rilancio delle categorie più martoriate dalle limitazioni imposte dalla pandemia. Quella che rifugge dal teatrino della politica e che punta dritto alla sostanza dei passi in avanti.

E così, alla fine, le polemiche di queste giornate tra Pd e Lega appaiono come il riflesso di una contesa fine a se stessa e quasi dovuta. E poco conta, dunque, che Enrico Letta e lo stesso Salvini puntino a rivendicare timbri e meriti nelle decisioni assunte. Sia l’uno sia l’altro, al dunque, devono fare i conti con la realtà. E questa indica che un futuro di libertà non più vigilata o ristretta è alle viste. E questo, per oggi e per domani, dopo oltre un anno di limitazioni, blocchi, chiusure, può bastare a tutti. A noi come a loro.