Adesso abbiamo capito la versione della difesa: non c’è un Alberto Genovese, imprenditore e presunto stupratore/cocainomane/festaiolo. Non c’è un animatore delle serate milanesi accusato delle violenze sessuali, con ovvio e diffuso contorno di "compagni di narice" e di amiche occasionali. Insomma, non c’è un cane sciolto ritenuto pericoloso (a cui non a caso sono stati nuovamente negati gli arresti domiciliari). Esiste un "sistema" in cui è normale che un uomo d’affari offra un bene in cambio di un servizio. E il male che diventa bene è la droga, ovvio, mentre il servizio è quello vecchio come il mondo.

Mancava solo che le destinatarie dovessero pure dire grazie. E quando non andava a finire male, magari lo dicevano pure. Del resto, in quel mondo, e forse non solo in quello, oramai il diritto e il rovescio si sono confusi, invertiti. La cocaina non più merce proibita, causa di abbruttimento, di devastazione; ma l’abbrutimento, la devastazione come ricompensa, come beneficio: tu vieni alla festa, io ti imbottisco di roba, tu sballi e io ti riduco a una larva, approfitto di te, e tutto questo non ha nulla di illecito, di amorale. Anzi. È uno scambio. Per di più non singolo, ma di "sistema", come è stato certificato a sua discolpa dallo stesso Genovese. Straordinario. Come se uno dicesse: non condannatemi perché così fan tutti. Certo, in questo scandalo denunciato prima da una diciottenne milanese poi rinforzato da altre accuse e testimonianze, nessuno ha mai pensato che le vittime si fossero trovate in certe situazioni credendo di andare a un raduno della Caritas.

Ma adesso sappiamo che la droghe erano "i ricchi premi e cotillons" delle riffe di una volta. Con il biglietto venduto gratis, a invito, per una élite di fortunate beneficiarie. E che il sistema a testa in giù fosse proprio tale, è definitivamente certificato da un altro fatto inquietante segnalato da Massimo Gilletti che nella sua trasmissione "Non é l’Arena" su La7 ha approfondito a più riprese la vicenda. Se qualcuno gli ha addirittura offerto (e lui lo ha denunciato) il filmato dello stupro della diciottenne, vuol dire che non siamo di fronte a episodi casuali, a eccessi da sballo, ma a una vera e propria Hollywood dell’immoralità normalizzata, addirittura con il suo set dell’orrore. Un sistema che non conosce lockdown. Non solo a Milano.